La strana tassa dei sacchetti di plastica biodegradabili

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C’è un gran parlare del pagamento dei sacchettini di plastica per la pesa dei prodotti  e del caos che stanno generando,
si dice che è una tassa, ma che non è una tassa, che è un’obbligo ma che poteva essere evitato.
Vediamo cosa c’è dietro tutta questa confusione che si è generata, a volte ad arte, dietro quella che, giustamente,
viene percepita come una tassa sui sacchetti biodegradabili per la pesa della frutta.

tassa sui sacchetti biodegradabili

A giugno 2017  l’Unione Europea dice agli stati membri di ridurre la produzione di sacchetti di plastica inquinanti,
a mio parere il primo sbaglio è stato introdurre nel decreto legge per il mezzogiorno la legge che obbliga,
scusate il gioco di parole, l’uso di sacchetti monouso.

Tassa sui sacchetti biodegradabili, cosa dice la legge

L’articolo di per se è obiettivamente giusto, e l’articolo 1, comma 2, riporta testualmente:

  • Le misure adottate dagli Stati membri includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe:
    • a) adozione di misure atte ad assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2019 e 40 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2025 o obiettivi equivalenti in peso. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse dagli obiettivi di utilizzo nazionali;
    • b) assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, salvo che siano attuati altri strumenti di pari efficacia. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse da tali misure.

Dalla messa in opera di questo testo dal 1° gennaio è nata tutta questa confusione che leggiamo ovunque,
che dobbiamo dire è stata cavalcata in maniera negativa dai giornali opposti al governo,
e neanche viene letta in maniera obiettiva dai giornali più accondiscendenti alle manovre dell’ormai vecchio governo,
ma tutti sono d’accordo che i cittadini l’hanno recepita come tassa sui sacchetti biodegradabili.

Cosa non va in questa legge

Prima di tutto l’obbligo da parte del cliente a pagare quella che è di fatto la confezione dei prodotti a peso,
discriminandola dalle altre confezioni spesso anche più inquinanti.
Siamo tutti d’accordo che l’uso dei vecchi sacchetti di plastica deve finire, a favore di quelli biodegradabili,
ma il modo in cui lo Stato ha voluto effettuare questa scelta è in un certo modo opinabile.

La prima cosa che leggiamo infatti non è che vengano sostituite le buste di plastica con quelle biodegradabili,
ma che “non siano fornite gratuitamente”.
Ora sappiamo tutti che le bustine che usavamo fino a ieri non ce le regalava nessuno,
ma che erano spese che il supermercato ammortizzava calmierando un po’ i prezzi di frutta e verdura,
ma anche pesce, affettati e formaggi e dove presente anche il pane.
La legge entrata in vigore il 1° gennaio invece obbliga l’uso e lo scorporo del prezzo di queste bustine,
e solo di queste, con buona pace di vaschette di plastica e polistirolo.

Perché devono finire in una voce specifica dello scontrino?

La sensazione da consumatore è quella che i prezzi rimarranno invariati, cosa che sarà così nel 90% dei casi,
e ora dobbiamo anche pagare quello che è di fatto il packaging di broccoli, zucchine, arance e mandarini.
Cosa che invece non siamo costretti a fare se compriamo la frutta confezionata nei vassoietti di polistirolo,
materiale non biodegradabile, avvolti nel cellophane, anch’esso non biodegradabile.

Perché non far pagare anche queste confezioni allora?
Sono dannosi più dei sacchetti biodegradabili e sarebbe più corretto far pagare queste confezioni,
agevolando così l’uso di sacchettini di plastica biodegradabili se non addirittura di carta.
Con questa scelta invece, anche solo per la sensazione di non essere ulteriormente vessati ingiustamente,
oggi il cliente del supermercato si troverà più propenso ad acquistare prodotti confezionati con materie inquinanti,
anziché favorire sistemi di confezionamento più sani per la natura.
Raggiungendo così l’obiettivo opposto a quello prefissato.

Ricapitolando

Di fatto Bruxelles non ha chiesto esplicitamente di far pagare ai clienti questi sacchettini di plastica,
ma ha chiesto di smettere la produzione e la vendita delle buste di plastica non biodegradabili entro il 2018,
il Governo Italiano ha però infilato un obbligo sulle bustine da pesatura in un un decreto legge che aveva tutt’altro tema,
dato che era quello sul Mezzogiorno, ma oramai siamo abituati da anni a vedere norme infilate alla rinfusa,
in un gioco confusionario e spesso controproducente sia per il governo che per i cittadini,
come si preannuncia essere questo caso sulla tassa sui sacchetti biodegradabili.

Obbligandoci in questo modo è facile che questa cosa sia vissuta come una nuova tassa sui sacchetti biodegradabili,
pagata sulla pelle dei clienti e dei cittadini.
Anche se legalmente è permesso l’uso di alternative viene giustamente percepita come una tassa,
e l’obiettivo finale, cioè quello di fare qualcosa contro l’inquinamento, viene facilmente sostituito con quello di regalare soldi all’azienda di turno,
così le persone che si sentono fregate dallo stato tentano strade improbabili, come quella di pesare i prodotti singolarmente.
Attenti a fare questo perché le bustine sono assegnate agli adesivi col prezzo, tanti adesivi passano alla cassa tante buste vi troverete a pagare.

Riassumendo tutto in una frase, l’obiettivo della legge è giusto, ma il percorso per raggiungerlo è quello sbagliato.

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