Aumento dell’IVA, l’anno prossimo si passerà dal 22% al 25,2%

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Abbiamo aspettato fino ad ora per capire cosa accadrà l’anno prossimo all’IVA.
Se nulla cambia il Governo sarà costretto ad aumentare l’IVA del 22% al 25,2% e quella del 10% passerà al 13%.
L’avevamo già preannunciato, l’anno prossimo ci sarà un aumento dell’IVA che arriverà a superare un quarto del costo finale.
Almeno questo è quello che abbiamo capito dalle frasi in politichese dette del ministro Tria questa mattina:

«lo scenario tendenziale (del Def) incorpora gli incrementi dell’Iva e delle accise dal 2020-2021»

Quindi non parla solo dell’aumento dell’IVA ma anche dell’aumento di altre tasse.

aumento dell iva

Di Maio ha commentato l’analisi del ministro leghista con questa frase:

«Con questo governo non ci sarà nessun aumento dell’Iva, deve essere chiaro. Finché il M5S sarà al governo non ci sarà nessun aumento dell’Iva, al contrario. L’obiettivo è ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese. Serve la volontà politica. Noi ce l’abbiamo. Mi auguro ce l’abbiano anche gli altri. Fermo restando che ci sono già soluzioni sul tavolo volte ad evitare un aumento»

Il vicepresidente del Consiglio parla chiaramente della mancanza di volontà del partito dell’altro vicepresidente nel trovare al più presto una soluzione a questi aumenti, che porterebbero ad un vero disastro economico per tante famiglie che già vivono al limite delle proprie capacità, e che soluzioni come il Reddito di Cittadinanza non sembrano poter aiutare ad arrivare a fine mese.
Non c’è molto ottimismo in giro ultimamente.

Cosa comporta l’aumento dell’IVA.

Tutti i prodotti in vendita in Italia per l’Italia aumenteranno di prezzo, e purtroppo già sappiamo che l’aumento sarà su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione.
Sappiamo già dall’esperienza pregressa, quando l’IVA era al 20%, sappiamo che un aumento dell’1% al consumatore arriva ad essere più del triplo.
Infatti più passaggi ci sono dal produttore al consumatore, più il prezzo aumenta.

Mi spiego con un esempio:

Un negoziante acquista prodotti per un valore di 1.000 euro, che con l’iva al 22% pagherà 1.220 euro.
A questo punto il negoziante venderà questi prodotti a 1.464 euro ( il 22% di 1220 è 264).
Il consumatore quindi non si trova a pagare il 22% in più sul prodotto, ma con soli 2 passaggi diventa il 46,4%.

Ecco perché anche un aumento minimo ha ripercussioni così forti sull’economia del comune cittadino.
Ci sarà un aumento a catena di tutti i prodotti, ma anche di tutte le bollette di casa, dal telefono, al gas, all’energia elettrica, annullando di fatto gli effetti della diminuzione delle tariffe che abbiamo avuto quest’anno.
L’altro effetto è che probabilmente alcuni prodotti diventeranno antieconomici, dato che più di un quarto del proprio prezzo sarà “devoluto” allo Stato Italiano.

Perché aumenta l’IVA

Prima di dire perché  l’IVA aumenta sempre dobbiamo capire cos’è in pratica l’IVA.
L’IVA è una tassa che, nell’intenzione originale, serve a aumentare le tasse sui prodotti che vengono lavorati, aumentando così di valore, prima di arrivare alla vendita.

Anche qui facciamo un esempio, in maniera semplice senza parlare di IVA passiva e via dicendo, per capire bene cos’è l’IVA.
Primo passo, senza considerare l’aumento del valore del prodotto:
Un kg di argilla costa circa 2€, viene comprata da chi produce i piatti da cucina grezzi, e quindi venderà 1 kg di piatti a 2,44€ allo smaltatore, che li venderà al negoziante a 2,97€, che li venderà a te a 3,63 euro.

Secondo passo, considerando l’aumento del valore del prodotto, ossia la facilità di produzione, qualità o altro:
Un kg di argilla costa circa 2€, viene comprata da chi produce i piatti da cucina grezzi, e quindi venderà 1 kg di piatti a 4€ (3,27€ + 22% di IVA) allo smaltatore, che non dovrà provvedere alla produzione dei piatti prendendo dei semilavorati di qualità.
Lo smaltatore infine li venderà al negoziante a 6€ (4,91€ + 22% di IVA), che li venderà a te a 8€ (6,5€ + 22% di IVA).

Ogni passaggio di lavorazione aumenta il valore del prodotto, in pratica permette a noi di avere piatti di una qualità più elevata, e questo aumento di valore viene tassato dallo stato tramite l’IVA.
L’aumento dell’IVA quindi dovrebbe andare di pari passo con l’aumento della qualità dei prodotti.

Purtroppo non è più così da circa 30 anni, e l’IVA è una di quelle tasse che permettono allo stato Italiano di fare cassa più facilmente di altri, e dove è possibile calcolare in maniera molto precisa il “guadagno” per le casse dello stato, dato che va ad essere applicata indiscriminatamente su ogni prodotto.
L’IVA aumenta anche perché c’è una diminuzione della produzione in tantissimi settori importanti per la nazione.
Dalla produzione agricola, che ci costringe ad acquistare prodotti dall’estero, allungando di fatto la filiera, alla produzione manifatturiera, a cui i negozianti e i distributori risolvono comprando prodotti dall’estero, che sono esenti da IVA per quello che si chiama “reverse charge”.

Gli aumenti dell’IVA dal 1973 ad oggi

La storia ci insegna che solo una volta il Governo Italiano  è riuscito ad abbassare l’IVA, è accaduto nel 1980 ed è durato per pochi mesi.
E questo farebbe sembrare che l’IVA è destinata ad aumentare sempre, ma non è così.
Una gestione dello stato che miri ad aumentare la produzione ridurrebbe la filiera, abbassando così i costi finali, aumentando la movimentazione di soldi all’interno della nazione, in concomitanza con l’arrivo di soldi dall’estero per l’aumento delle esportazioni, permetterebbe allo stato di ricavare una quantità di denaro in tasse che potrebbe facilmente far diminuire la pressione fiscale, IVA per prima.
Sempre a patto che lo Stato utilizzi questi soldi in maniera oculata, evitando di sperperarli come invece, a noi cittadini, sembra fare da qualche anno a questa parte.

Vi lascio con la storia dell’IVA dalla sua nascita (1972) ad oggi:

Aumenti dell’IVA in Italia dal 1973 ad oggi 
01/01/197312%
08/02/197714%
03/07/198015%
01/11/198014%
01/01/198115%
05/08/198218%
01/08/198819%
01/10/199720%
17/09/201121%
01/10/201322%

 

Fonti: il Sole 24 Ore e La Stampa.

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