MPS, chi crede davvero nella doppia offerta di Lovaglio

Borsa tiepida, economisti scettici, autorità ancora da convincere: chi giudica da fuori la doppia offerta lanciata da MPS, e chi invece la sostiene.

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MPS, chi crede davvero nella doppia offerta di Lovaglio


Monte dei Paschi ha risposto all’offerta lanciata da Intesa Sanpaolo con due offerte proprie, su Banco BPM e su Banca Generali. Cosa ci sia dentro quel pacchetto lo abbiamo già raccontato: qui la domanda è un’altra, e cioè chi ci crede. Nei giorni successivi all’annuncio si sono espressi, nell’ordine, la Borsa, due professori universitari, le autorità che devono dare i permessi e — cosa più insolita — i vertici del governo. Le risposte non vanno tutte nella stessa direzione.

Se hai un conto o dei risparmi in una delle banche coinvolte, la parte che ti riguarda da vicino resta quella spiegata nella nostra ricostruzione dei termini delle due offerte di scambio: per adesso non cambia nulla. Quello che segue riguarda invece la probabilità che l’operazione arrivi in fondo. Ed è una probabilità che non dipende quasi per niente da chi l’ha proposta.

La Borsa ha applaudito, ma piano

Il giorno dell’annuncio Piazza Affari ha reagito con misura. Le azioni Monte dei Paschi salivano di circa lo 0,8% a metà mattinata, mentre il Ftse Mib — l’indice che raccoglie le principali società quotate a Milano — guadagnava lo 0,4%. Il vantaggio della banca senese sull’indice, quindi, era di quattro decimi di punto scarsi: pochissimo, per una società che ha appena dichiarato di volerne comprare altre due.

Sull’altro lato del tavolo la reazione è stata più marcata. Secondo la cronaca di seduta di Economy Magazine, Banca Generali cedeva il 2,4% e Banco BPM lo 0,4%, mentre erano in rialzo sia Intesa Sanpaolo (+0,6%) sia Generali (+0,5%). A scendere, insomma, erano i titoli delle due società che Siena vorrebbe comprare, non quelli di chi le contende.

C’è poi un conto che aiuta a inquadrare le proporzioni. Le due offerte valgono insieme quasi 34 miliardi di euro: 25,3 per Banco BPM e 8,72 per Banca Generali. L’offerta di Intesa sulla banca senese ne vale circa 30,6. La differenza è di poco più di tre miliardi, e la promessa fatta ai soci di Siena — quattro miliardi da distribuire — quella differenza la supera. È il modo più rapido per capire quanto sia stretto il margine su cui si gioca la partita.

Chi studia le banche per mestiere vede due partite diverse

Due economisti sono stati intervistati dall’Adnkronos nei giorni dell’annuncio, e hanno guardato l’operazione da punti di vista opposti: Michele Calcaterra della Sda Bocconi ragiona su cosa succederebbe alle aziende una volta unite, Mario Comana della Luiss sui permessi che servono per unirle. Partono da lontano l’uno dall’altro e finiscono nello stesso posto: da solo, senza un accordo con qualcuno che già siede nel capitale delle prede, l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio non arriva in fondo.

I due ragionamenti meritano di essere letti uno accanto all’altro, perché mostrano ostacoli che non si sovrappongono: abbiamo messo a confronto le obiezioni di Bocconi e Luiss alla doppia offerta in un pezzo a parte, con i nodi che ciascuno dei due indica.

Prima degli azionisti ci sono la Consob e un fascicolo in Procura

Il consenso, però, non basta raccoglierlo sul mercato. Ci sono passaggi obbligati che si giocano dentro Rocca Salimbeni e negli uffici delle autorità di controllo, e ciascuno ha i suoi tempi. La Consob — l’ente che vigila sulla correttezza delle informazioni date alla Borsa — aveva già chiesto conto a Siena di eventuali operazioni allo studio. C’è poi un fronte giudiziario. Un accordo occulto fra grandi soci: è questa l’accusa mossa dai magistrati milanesi a proposito della scalata a Mediobanca, e fra gli indagati compare lo stesso Lovaglio.

A questo si aggiunge un consiglio di amministrazione che alla vigilia non era compatto. Il percorso completo, dalla riunione del board fino al passaggio davanti agli azionisti, lo ricostruiamo in chi deve dire sì prima che le offerte possano partire. Vale la pena ricordare che il voto decisivo è quello dei soci: l’assemblea convocata per il 29 ottobre è l’appuntamento in cui la strategia difensiva vive o muore.

L’appoggio più esplicito non è arrivato dalla finanza

Nel frattempo, il sostegno più chiaro a Lovaglio è arrivato da un fronte che con i bilanci bancari c’entra poco. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha manifestato contrarietà all’ipotesi che Mps venga fatta a pezzi, e il vicepremier Matteo Salvini ha rivendicato — sono parole sue — «il rispetto della storia, dell’autonomia e del personale» delle banche più antiche del Paese. A Siena, sulla difesa dell’autonomia dell’istituto, si è schierato anche il Partito Democratico locale.

Non è una convergenza qualunque, e ha una storia alle spalle che risale alla partita su Mediobanca e Generali. L’abbiamo ricostruita separatamente, insieme alle ragioni per cui governo e opposizione senese si ritrovano dalla stessa parte.

I quattro miliardi ai soci, e la domanda rimasta senza risposta

Sul tavolo Lovaglio ha messo anche una distribuzione straordinaria da quattro miliardi di euro destinata a chi possiede azioni Monte dei Paschi. Come sia composta e a quali condizioni sia legata lo spieghiamo nella scheda dedicata alla supercedola annunciata da Siena. Il punto che resta scoperto è un altro, e riguarda la provenienza di quei soldi.

Le fonti finanziarie sentite da key4biz pongono la questione in termini semplici: per pagare quella cifra Siena potrebbe dover cedere una parte della partecipazione che detiene in Generali. Il che apre una seconda domanda, ancora più scomoda: venderla a chi? Chiunque comprasse quel pacchetto si ritroverebbe con un peso rilevante nella compagnia assicurativa triestina, e quindi con voce in capitolo su tutto il resto.

Un dettaglio dice quanto il perimetro sia ancora mobile: la quota di Generali in mano a Mps attraverso Mediobanca viene indicata come 13,32% dalle fonti citate da key4biz, come «il 13%» da Calcaterra e come «il 12%» da Comana. Sono scarti piccoli, ma su una partecipazione da miliardi di euro non sono dettagli tipografici: sono il segno che nemmeno chi osserva da vicino ha davanti un disegno definito.

Come sarebbe fatta la banca che dovrebbe nascere

Se tutto andasse come Siena spera, il gruppo risultante avrebbe una capitalizzazione teorica intorno agli 80 miliardi di euro e risparmi di costo stimati in circa 2,6 miliardi l’anno prima delle imposte — sono i numeri messi nero su bianco da Mps, non previsioni di terzi.

Meno scontato è chi si troverebbe a comandare. Sempre secondo le fonti raccolte da key4biz, un’ipotesi allo studio prevede che Crédit Agricole, che oggi ha il 29,3% di Banco BPM e finora ha frenato, si prenda una parte delle filiali dell’istituto milanese a operazione conclusa, restando così fra i soci principali del nuovo gruppo. E che Generali, aderendo all’offerta sulla propria controllata, entri a sua volta nel capitale della banca che, a quel punto, sarebbe anche una sua azionista di peso. Un intreccio circolare che va valutato per quello che è: un’ipotesi di lavoro riferita da fonti anonime, non un accordo.

Il paradosso di partenza

Torniamo alla domanda iniziale. Chi ci crede? La Borsa ha risposto con quattro decimi di punto sopra l’indice. Gli economisti hanno risposto elencando le condizioni che mancano. Le autorità non hanno ancora risposto affatto. L’unico consenso pieno e dichiarato è quello politico, e arriva da un mondo che nelle offerte pubbliche non vota.

È il paradosso che accompagna questa fase del riassetto bancario italiano: un’operazione presentata come difesa dell’indipendenza di una banca dipende, per riuscire, dal sì di due gruppi francesi, di una compagnia assicurativa, di un’autorità di vigilanza europea e di una platea di fondi. Nessuno di loro, finora, ha detto pubblicamente di essere d’accordo.


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