Stretto di Hormuz, tregua scaduta: la crisi Usa-Iran passo passo

Tregua scaduta il 17 agosto 2026: chi ha detto cosa fra Washington e Teheran, gli episodi militari nel Golfo e perché il petrolio ne risente.

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Stretto di Hormuz, tregua scaduta: la crisi Usa-Iran passo passo


Da lì passa circa un quinto del gas e del petrolio che il mondo consuma: è la ragione per cui uno stretto largo poche decine di chilometri, tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, finisce per pesare sul prezzo del carburante e sulle bollette anche di chi vive a settemila chilometri di distanza. Il 17 agosto 2026 è scaduta la tregua di 60 giorni fra Washington e Teheran, e da quel giorno la crisi è tornata a correre.

Qui sotto c’è la ricostruzione di quello che è successo: chi ha detto cosa, quali episodi militari sono stati confermati e da chi. Nelle cronache finanziarie tutto questo si riassume in tre parole, tensioni in Medio Oriente: vale la pena vedere che cosa ci sta dentro.

Che cosa è scaduto, e perché nessuno lo ha rinnovato

Il memorandum di Islamabad, siglato in giugno, apriva una finestra di due mesi e nient’altro. Alla scadenza non era stato fatto nessun passo avanti. Secondo la ricostruzione di FIRSTonline, che cita una fonte iraniana raccolta da Reuters, a Teheran non si discuteva nemmeno l’ipotesi di prolungare la tregua.

Ciascuna delle due parti accusa l’altra di aver rotto per prima. L’Iran sostiene che gli americani abbiano disatteso i patti pochi giorni dopo la firma; gli Stati Uniti rimproverano a Teheran di non aver mai riaperto il passaggio come si era impegnata a fare. Alla Casa Bianca la situazione veniva descritta come statica: la domanda che si facevano i funzionari americani non era quanto mancasse all’obiettivo, ma se l’Iran avesse davvero intenzione di tornare a trattare.

La rivendicazione su Hormuz che ha allontanato il tavolo

A far saltare quel poco che restava è stata una mappa. Trump l’ha diffusa sui social con sopra la dicitura New Us Territory, sostenendo che lo stretto potrebbe essere designato come territorio americano perché l’Iran è stato battuto. Nello stesso passaggio ha escluso che ci siano colloqui in corso o in programma.

La risposta iraniana è arrivata dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, che ha bollato le parole del presidente americano come «fuori luogo» e «un’assurdità», ripetendo che il passaggio verrà riaperto quando lo deciderà l’Iran e non prima. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, per il quale americani e israeliani hanno colpito duro senza ottenere quello che volevano: la sua sintesi è stata «Abbiamo vinto».

La linea pubblica di Trump, però, non coincide con quella di un suo uomo. L’inviato speciale Jared Kushner ha raccontato che i contatti fra l’amministrazione e pezzi diversi del governo iraniano non erano mai stati così fitti, pur restando le posizioni lontane. Sul tavolo americano ci sono due richieste: rinuncia alle armi nucleari e stop ai finanziamenti al terrorismo nella regione.

Lo stretto è aperto o chiuso? Dipende da chi parla

È il punto in cui le due narrazioni si contraddicono apertamente, e conviene metterle una accanto all’altra. Trump afferma che il transito è comunque possibile, che le mine navali sono state tolte di mezzo o fatte esplodere, e che nel frattempo il blocco navale statunitense sui porti iraniani funziona a pieno regime. Teheran dice l’opposto: nessuna riapertura di Hormuz prima che gli americani tornino a rispettare quanto avevano sottoscritto.

Le due affermazioni non possono essere vere insieme. Finché reggono entrambe, chi muove una nave in quell’area non ha una versione ufficiale su cui contare — ed è questa incertezza, più della chiusura in sé, che i mercati dell’energia si trovano a prezzare ogni giorno.

Missili sugli Emirati e una nave colpita all’uscita

Il piano militare, intanto, si è mosso da solo. Negli Emirati Arabi Uniti le difese aeree sono state attivate dopo che a Dubai si erano sentite delle esplosioni; il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha poi comunicato di aver abbattuto due missili arrivati dall’Iran, finiti entrambi in acqua. Teheran ha respinto l’addebito: il portavoce degli Esteri Esmail Baghaei ha definito infondate le accuse emiratine e ha rovesciato la responsabilità su Stati Uniti e Israele.

Un secondo episodio riguarda direttamente la navigazione commerciale: una nave in uscita dallo stretto è stata raggiunta da un proiettile di cui non si conosce la provenienza, con un marittimo ferito e poi soccorso dalla Guardia Costiera omanita.

Le mosse che rendono più difficile tornare a trattare

Attorno allo stallo diplomatico si sono accumulate decisioni che vanno nella direzione opposta. Il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha messo una taglia da 30mila dollari su ogni militare statunitense della regione, catturato o ucciso, definendolo un aggressore. Il Parlamento di Teheran si prepara a votare due provvedimenti: uno sulla sicurezza e lo sviluppo dello stretto e del Golfo Persico, l’altro contro le ingerenze straniere, che vieterebbe il passaggio alle imbarcazioni con a bordo carichi o attrezzature di proprietà americana, israeliana o di altri Paesi giudicati ostili.

Dal lato americano il blocco navale resta in piedi e nuove sanzioni sono state annunciate da Scott Bessent, segretario al Tesoro, con l’obiettivo di stringere ancora l’isolamento economico di Teheran.

L’Oman nel mezzo e le forniture russe

Due attori esterni complicano il quadro. Il primo è l’Oman, che dallo stretto controlla la sponda a sud e sta provando a far ripartire i traffici commerciali restando canale di dialogo fra le due capitali. Un ruolo che a Trump non è piaciuto: il presidente ha promesso bombardamenti pesanti su Mascate, se il sultanato dovesse intromettersi. Sempre secondo il Wall Street Journal, ripreso da FIRSTonline, dentro l’amministrazione c’è chi teme che un’intesa fra Mascate e Teheran finisca per dare più forza alle pretese iraniane sul passaggio.

Il secondo è la Russia. L’emittente americana Nbc ha riferito che Mosca starebbe facendo arrivare in Iran, per la via del Mar Caspio, componenti per droni, munizioni ed esplosivo Tnt, con lo scopo di rimpiazzare le scorte militari distrutte dai raid statunitensi e israeliani.

Perché la cronaca del Golfo finisce nel prezzo dell’energia

Il collegamento con il portafoglio passa dal greggio. Nei giorni successivi alla scadenza il Brent è tornato oltre i 90 dollari al barile, come ha riportato FinanzaOnline, che cita anche una ricostruzione del Wall Street Journal secondo cui l’Iran avrebbe sfruttato i due mesi di tregua per fabbricare missili e droni e per collocare i falchi nei posti di comando. Da lì il contagio arriva ai titoli di Stato, un percorso che abbiamo ricostruito nell’articolo su come lo stallo nel Golfo spinge i rendimenti dei bond. Un meccanismo che si era già visto quando la chiusura dello stretto aveva mosso le quotazioni del petrolio, e che tocca da vicino le scelte di una banca centrale alle prese con una guerra.

C’è poi un fronte interno che pesa sui tempi. Negli Stati Uniti la guerra non è popolare e a novembre si vota per le elezioni di metà mandato; diversi media americani segnalano difficoltà nelle scorte di munizioni, inclusi gli intercettori Patriot; la benzina ha superato i 4 dollari al gallone. Tornando al punto di partenza: uno stretto che nessuno controlla del tutto, due versioni inconciliabili su cosa ci passi davvero, e un conto che si presenta alla pompa di benzina prima ancora che al tavolo dei negoziati.


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