Quando una banca finisce al centro di una scalata, di solito parlano gli analisti. Nel caso del Monte dei Paschi hanno parlato la presidente del Consiglio e un vicepremier. E lo hanno fatto in un momento preciso: a fine agosto, poche settimane prima che l’offerta di Intesa Sanpaolo su Siena si aprisse formalmente sul mercato, il 10 settembre.
Per chi ha il conto in una filiale del Monte la questione non è astratta. L’offerta di scambio lanciata da Intesa, guidata da Carlo Messina, vale circa 30,6 miliardi: chi aderisce incassa un euro in contanti per ogni azione posseduta, più un pacchetto di titoli Intesa. Nel disegno, però, la rete degli sportelli senesi finirebbe a Bper-Unipol: cambierebbe, insomma, l’insegna sopra la porta. È su questo passaggio che si è accesa la politica. La ricostruzione che segue viene da un editoriale di Economy Magazine, che legge le mosse di Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, insieme al contesto politico in cui maturano; i termini finanziari delle due offerte lanciate da Siena li abbiamo raccontati nell’analisi su chi crede davvero nel piano di Lovaglio.
Cosa hanno detto la premier e il vicepremier
Giorgia Meloni ha manifestato disappunto davanti all’ipotesi che il Monte venga smembrato, cioè diviso in pezzi da assegnare a compratori diversi. Il pezzo in questione sono appunto le filiali, destinate al gruppo Bper-Unipol.
Matteo Salvini, il giorno seguente, ha alzato il tono da vicepremier e segretario della Lega: al suo partito interessa, ha detto, il rispetto «della storia, dell’autonomia e del personale» di banche che sono «tra le più antiche al mondo». Il Monte, nato a Siena nel Quattrocento, è l’esempio che quella frase evoca senza bisogno di nominarlo.
Sono opinioni legittime e autorevoli, osserva l’editoriale. Restano però opinioni: nessuna delle due sposta un’azione o un voto.
Perché il centrodestra difende oggi chi ieri contrastava
Il dettaglio che rende la vicenda meno lineare di quanto sembri è il precedente. Nella scalata a Mediobanca il centrodestra si era schierato accanto a Caltagirone e agli eredi di Del Vecchio, in un progetto che puntava a usare il Monte come grimaldello: da lì sarebbe arrivato il comando, nei fatti, prima su Mediobanca e poi sul Leone di Trieste. Lovaglio, allora, era l’ostacolo.
L’esito è stato paradossale. L’operazione si è fatta, ma la sua logica di potere no: oggi il Monte controlla Mediobanca e una quota di Generali, mentre Caltagirone e chi era con lui si ritrovano in minoranza nella governance senese, con un amministratore delegato che non li rappresenta. Da avversario, Lovaglio è diventato il custode di quell’autonomia che la politica ora dice di voler proteggere. Sulla vicenda Mediobanca resta aperta un’inchiesta giudiziaria, e vale la presunzione di innocenza per tutti.
A Siena anche il Pd si schiera con la banca
Alla premier e al vicepremier si è aggiunto il Partito democratico senese, insieme all’area politica che gli sta attorno. Una convergenza che nella cronaca italiana non capita spesso: il centrodestra di governo e la sinistra di un territorio finiscono dalla stessa parte, entrambi contrari all’ipotesi che la banca cittadina venga assorbita e divisa.
Le ragioni, spiega Economy Magazine, non coincidono. Il centrodestra ha una vecchia ostilità verso Unipol e qualche riserva su Intesa. La sinistra senese difende l’istituto della propria città, anche se quella stessa logica di appartenenza è tra le cause che portarono il Monte al dissesto. Il risultato, comunque, è uno solo: sul destino di Rocca Salimbeni si è formato un fronte trasversale.
Chi ha voce a Roma e chi ha voto nelle assemblee
Qui sta il punto che nessuna delle dichiarazioni affronta, ed è la ragione per cui il sostegno politico pesa meno di quanto suggerisca il clamore. Le due offerte con cui Lovaglio prova a rispondere a Intesa non si decidono in Parlamento: si decidono nei consigli e nelle assemblee di società i cui azionisti principali non sono italiani.
- Banco Bpm: il primo socio è la francese Crédit Agricole, che ha il 29% del capitale. Meno di un mese prima delle dichiarazioni politiche aveva ribadito di non volersi muovere.
- Banca Generali: la controllante è Generali, il cui amministratore delegato Philippe Donnet è anch’egli francese. Senza un sì di Trieste, l’offerta non arriva da nessuna parte.
Sommando i due passaggi si capisce l’asimmetria: la politica italiana può esprimere una preferenza, il potere di dire no sta a Parigi e a Trieste. È una differenza che il tifo pubblico non colma, e che nessuno dei due interventi di fine agosto ha modificato.
Sullo sfondo restano gli altri soci del Monte. Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, e Caltagirone, l’ottantaquattrenne costruttore che secondo l’editoriale non ha simpatia né per Lovaglio né per Donnet. Anche se le offerte riuscissero, resterebbe aperta la domanda su chi comanderebbe davvero nel gruppo che ne nascerebbe.
L’obiezione: la partita vera si è giocata prima
La critica più dura dell’editoriale non riguarda il merito delle posizioni di Meloni e Salvini, ma il loro tempismo. Lo Stato è uscito quasi del tutto dal capitale del Monte, e l’ultimo pacchetto azionario di peso è stato collocato ai privati a circa la metà del prezzo che il titolo ha oggi. Finendo, tra gli altri, proprio nelle mani di Caltagirone e dei suoi alleati.
Il momento per difendere il risanamento pubblico della banca, sostiene Economy Magazine, era quello: spiegare in Europa perché lo Stato avrebbe dovuto restare, invece di vendere e poi rivolgere appelli al mercato. Perché il mercato, e questa è la conclusione secca dell’editoriale, alle dichiarazioni non dà alcun peso.
Resta il fatto che il Monte, uscito dal salvataggio pubblico senza un assetto proprietario stabile, si è ritrovato in cima a una filiera che comprende Mediobanca e Generali: una posizione troppo importante perché qualcuno non provasse a prenderla. L’offerta di Intesa è la conseguenza di quell’assetto, non la sua causa. Sul mercato la partita si apre il 10 settembre, e le parole di fine agosto restano fuori dalla porta. I giudizi di chi valuta il piano di Siena dall’esterno stanno nell’approfondimento sugli ostacoli ancora aperti, mentre quanto Siena mette sul piatto per Piazza Meda e per la rete di Banca Generali lo abbiamo già messo in fila.


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