Il 17 e il 18 agosto 2026 i titoli di Stato hanno fatto la stessa cosa quasi ovunque: hanno perso valore. Vale per Washington come per Tokyo, per Berlino come per Roma. E quando un’obbligazione già emessa scende di prezzo, il suo rendimento sale: chi la compra dopo il ribasso mette a terra meno soldi per incassare la stessa cedola, quindi guadagna in percentuale di più. Le due facce sono la stessa moneta.
Il punto che interessa chi ha dei risparmi parcheggiati in titoli di Stato o in un fondo obbligazionario è capire da dove arriva la spinta. Nelle cronache di quei due giorni le ragioni sono due e agiscono insieme: la crisi nel Golfo, che rimette in moto il prezzo del petrolio, e il debito pubblico dei grandi Paesi, un problema che con l’Iran non c’entra nulla. Il primo pezzo di questa storia, quello geopolitico, lo abbiamo ricostruito in come lo stallo su Hormuz arriva fino ai titoli di Stato; qui guardiamo il meccanismo lato mercati.
Due sedute, quattro mercati: i numeri
Lunedì 17 agosto, stando alla cronaca di seduta di FIRSTonline, la giornata europea è stata fiacca. Piazza Affari ha chiuso praticamente ferma, il Ftse Mib a 53.586 punti con un +0,01%, mentre Madrid perdeva lo 0,7% e Parigi lo 0,6%. Sotto la superficie, però, i tassi si muovevano: il decennale italiano è arrivato al 4,01%, quello spagnolo al 3,65%, l’Oat francese al 4,06%. Lo spread fra Btp e Bund — cioè la differenza di rendimento fra il titolo italiano e quello tedesco, la misura più usata per dire quanto ci costa in più prendere in prestito denaro rispetto alla Germania — ha chiuso a 79 punti base, in salita.
Il giorno dopo la pressione è aumentata. Il decennale italiano di riferimento, quello che scade a luglio 2036, ha toccato il 4,07%: sei centesimi di punto sopra la vigilia, quindi vicinissimo al 4,1% dei massimi di marzo. Lo spread si è allargato in area 82 punti. In Francia il decennale ha toccato il 4,11%, il livello più alto dal 2011; il Bund tedesco è arrivato al 3,26%, che non si vedeva dal 2008. In Giappone il titolo trentennale ha superato la soglia del 4% per la prima volta da quando esiste.
Negli Stati Uniti il movimento si legge meglio se si affiancano i dati delle due giornate, cosa che nessuna delle due cronache fa. Lunedì il Treasury a trent’anni stava al 5,285%; martedì è arrivato a spingersi fino al 5,327%. Sono quattro centesimi di punto in ventiquattro ore, un’inezia in apparenza: solo che il secondo numero è il più alto da giugno 2007. Il decennale americano, nel frattempo, si è portato attorno al 4,74%, poco sotto i massimi di questa amministrazione. Sulle scadenze corte i tassi restavano sensibilmente più bassi: il biennale al 4,177%, il quinquennale al 4,383%. È la fotografia di una curva che si è irripidita, cioè di un mercato che chiede molto di più per prestare a lungo termine che per prestare a due anni.
Perché il petrolio finisce nei rendimenti dei Btp
Il passaggio che collega il Golfo Persico al titolo di Stato italiano non è diretto, e vale la pena smontarlo. Con lo stallo fra Stati Uniti e Iran, il Brent, cioè il greggio di riferimento europeo, ha ripreso quota 90 dollari il barile. Un’energia più cara si scarica sui prezzi al consumo. E se i prezzi salgono, le banche centrali hanno meno margine per allentare la politica monetaria, semmai il contrario. Chi compra un titolo a dieci o trent’anni prezza subito questa possibilità, e per farlo chiede un rendimento più alto: è lo stesso meccanismo che agisce ogni volta che un conflitto internazionale si riflette sui tassi d’interesse.
Sui numeri dell’inflazione europea il segnale è arrivato dalla Banca centrale europea. Il suo capo economista, Philip Lane, ha indicato che quest’anno l’inflazione dell’area euro resterà “ben sopra” l’obiettivo del 2%, e che le stime la collocano attorno al 3% nei prossimi mesi. Non è una decisione sui tassi, è una previsione della banca centrale sui prezzi; ma è esattamente il tipo di frase che il mercato obbligazionario legge come un ostacolo a un allentamento e che pesa nelle scelte della Bce sul costo del denaro.
La seconda paura: quanto debito emettono gli Stati
Ridurre tutto al Medio Oriente sarebbe però sbagliato, e le analisi citate dalle cronache di quei giorni lo dicono chiaramente. Su Treasury e Bund pesa una preoccupazione più vecchia: la spesa pubblica in aumento e, negli Stati Uniti, un deficit che cresce. Più uno Stato si indebita, più titoli deve piazzare sul mercato; e più titoli arrivano in vendita, meno gli investitori sono disposti a pagarli. Da qui rendimenti più alti, che sono il prezzo che il Tesoro paga per trovare compratori.
Jonas Goltermann, capo economista di Capital Economics, in un’analisi ripresa da FinanzaOnline riassume così il senso di quei movimenti: gli investitori reagiscono “a un mondo caratterizzato da maggiore incertezza fiscale, geopolitica e di politica economica” e per questo pretendono di essere pagati di più per tenere debito a lunga scadenza. Nella sua lettura entrano altri due elementi che le cronache di mercato di solito lasciano sullo sfondo: il malcontento verso l’ambiguità del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, sul quadro della politica monetaria — con il suo intervento a Jackson Hole atteso la settimana successiva — e il fatto che le emissioni di titoli pubblici si trovino oggi a competere con un volume record di obbligazioni emesse dalle aziende. Se il denaro degli investitori è conteso da più venditori, il prezzo per attirarlo sale.
La Fed è ferma, ma il mercato ha spostato le scommesse
C’è un dettaglio che rende la fase interessante, e si vede solo mettendo insieme le due giornate. Lunedì 17 agosto il mercato stava ridimensionando le proprie attese su un aumento del costo del denaro deciso dalla Federal Reserve: le vendite al dettaglio americane erano calate a sorpresa dello 0,6% nel mese precedente e l’indice dei prezzi alla produzione di luglio era rimasto invariato rispetto al mese prima. Il dollaro ne ha risentito, con il cambio euro-dollaro attorno a 1,1589. Eppure i rendimenti lunghi sono saliti lo stesso, e il giorno dopo hanno accelerato.
Sul fronte delle decisioni, la banca centrale americana ha lasciato il costo del denaro dove stava, nella forchetta fra il 3,50% e il 3,75%: è la quinta riunione consecutiva senza modifiche. Quanto alla mossa successiva, un ritocco all’insù di un quarto di punto, gli operatori l’hanno rinviata nelle loro attese a gennaio. Vuol dire che la spinta sui tassi a lungo termine, in quei due giorni, non arrivava dalle mosse imminenti della Fed: arrivava da tutto il resto.
Cosa resta da guardare
I dati raccontati qui si riferiscono a due sedute precise, il 17 e il 18 agosto 2026, e sui mercati obbligazionari due sedute non fanno una tendenza. Quello che quelle due giornate hanno mostrato è però una cosa sola e piuttosto netta: rendimenti in salita contemporaneamente su quattro aree valutarie diverse, con cause che si sommano invece di elidersi. Il Btp, in questo quadro, non si è mosso da solo né peggio degli altri — l’allargamento dello spread a 82 punti è stato di tre punti base — ma si è mosso insieme a tutti.
I due appuntamenti indicati dalle cronache di quei giorni erano le minute della riunione di luglio della Fed, attese per il mercoledì successivo, e il discorso programmatico di Warsh a Jackson Hole. Restano invece aperte le due questioni di fondo: se lo Stretto di Hormuz torni a essere percorribile, e se i governi decidano di affrontare il nodo dei conti pubblici. Sul secondo punto Goltermann, nella stessa analisi, notava che finora l’interesse politico a farlo è stato scarso.


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