A metà agosto 2026 la tregua di 60 giorni tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz è arrivata a scadenza senza essere rinnovata. La reazione più forte non è arrivata dalle Borse: il 17 agosto Piazza Affari ha chiuso praticamente ferma, a +0,01%. È arrivata dal mercato dei titoli di Stato, dove i rendimenti sono saliti in blocco da Tokyo a Washington passando per Roma.
Se hai dei Btp da parte, o se ti interessa sapere quanto costa allo Stato farsi prestare denaro, il numero che ti riguarda è questo: il rendimento del decennale italiano è passato dal 4,01% della chiusura di lunedì 17 agosto fino al 4,07% del giorno successivo. Sei centesimi di punto, apparentemente poca cosa. Vale la pena capire da dove arrivano, perché circa la metà non ha nulla a che vedere con l’Italia.
La tregua che è saltata, in poche righe
L’accordo portava la data di giugno ed era stato messo per iscritto nel memorandum siglato a Islamabad: durata prevista, 60 giorni. Alla scadenza non c’era nulla di nuovo sul tavolo: una fonte di Teheran sentita da Reuters, e ripresa da FIRSTonline, riferiva che di un prolungamento non si discuteva affatto. Washington accusa l’Iran di non aver riaperto il passaggio, l’Iran accusa Washington di aver violato l’accordo poco dopo la firma.
Lo Stretto è rimasto bloccato. Da quel braccio di mare passa all’incirca un quinto del greggio e del gas che si muovono nel mondo, ed è questo — non la retorica dei due governi — è il motivo per cui una crisi regionale arriva fino al prezzo che paghi al distributore. Quanto pesa quel collo di bottiglia lo abbiamo raccontato analizzando gli effetti della chiusura dello Stretto sul greggio. Nel frattempo Donald Trump ha rilanciato proponendo di designare Hormuz “nuovo territorio Usa”, rivendicazione che il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha liquidato come fuori luogo. Chi ha detto cosa, e quali incidenti sono avvenuti sul campo, lo ricostruiamo nella cronologia della crisi nel Golfo.
Dal barile ai titoli di Stato: come funziona il contagio
La catena ha tre anelli, e le stesse cronache di mercato li mostrano tutti. Il primo è il greggio: con il passaggio bloccato, il petrolio resta caro. Il 17 agosto il Brent viaggiava poco sopra gli 88 dollari al barile; ventiquattro ore dopo, con l’escalation, finanzaonline lo dava oltre quota 90.
Il secondo anello è l’inflazione. Un barile più caro fa salire i prezzi anche di cose che con il Golfo non c’entrano, perché quasi tutto quello che compri prima viaggia su un camion o su una nave. Philip Lane, capo economista della Bce, ha indicato per quest’anno un’inflazione dell’area euro “ben sopra” l’obiettivo del 2%, con stime intorno al 3% nei mesi successivi.
Il terzo anello sono le obbligazioni. Chi presta soldi a uno Stato per dieci o trent’anni pretende di essere pagato di più quando teme che l’inflazione gli eroda il capitale: chiede cioè un rendimento più alto. E siccome il rendimento sale soltanto se il prezzo del titolo scende, chi quel titolo lo ha già in portafoglio se lo ritrova valere meno. Ecco perché una settimana di tensione nel Golfo si legge meglio sui grafici dei bond che su quelli azionari. Il meccanismo generale, al di là di questo episodio, lo abbiamo spiegato parlando di come i conflitti si scaricano sui tassi d’interesse.
Sei punti base sul Btp, e metà non arriva dall’Iran
Qui c’è il conto che nessuna delle cronache fa. Lunedì 17 agosto il decennale italiano chiudeva al 4,01% e lo spread verso il Bund tedesco stava a 79 punti base. Il giorno dopo il Btp saliva fino al 4,07% e lo spread si collocava in area 82.
Lo spread è la distanza fra quanto paga l’Italia e quanto paga la Germania per farsi prestare denaro alla stessa scadenza: misura quanto in più il mercato chiede a noi. Si è allargato di circa 3 punti a fronte di 6 punti di rialzo del Btp. Tradotto: solo metà di quel movimento è italiana, l’altra metà è il rialzo tedesco che ci trascina. Il Bund si è infatti spinto fino al 3,26%, massimo dal 2008, e nello stesso giro di ore il decennale francese ha toccato il 4,11%, cifra che non si vedeva dal 2011.
Non è una distinzione accademica. Quando lo spread esplode, il problema è la fiducia nei conti italiani; quando invece a muoversi è tutta la curva europea, il problema è altrove e l’Italia lo subisce. In questo caso siamo nel secondo scenario, e i numeri delle singole piazze li abbiamo messi in fila nel confronto tra i mercati obbligazionari.
L’altra paura: i conti pubblici, non solo il Golfo
Attribuire tutto a Hormuz sarebbe però sbagliato. Nelle stesse ore il titolo del Tesoro americano a trent’anni è arrivato al 5,327%, il livello più alto da giugno 2007, e il trentennale giapponese ha oltrepassato il 4% per la prima volta da quando esiste. Sono mercati che con lo Stretto hanno poco a che spartire e con i deficit pubblici moltissimo.
Jonas Goltermann, capo economista di Capital Economics, riconduce il fenomeno alla richiesta di essere remunerati meglio per tenere debito a lunga scadenza in un contesto segnato da “incertezza fiscale, geopolitica e di politica economica”. Sul mercato americano si aggiunge la Federal Reserve, che ha lasciato i tassi fermi fra il 3,50% e il 3,75% per la quinta riunione di fila: gli operatori si attendono ormai non prima di gennaio una stretta successiva da 0,25 punti.
Che cosa resta aperto
Sul piano diplomatico la situazione era descritta dalla Casa Bianca come sostanzialmente ferma, con i mediatori ancora al lavoro. I porti iraniani sono rimasti sotto blocco navale americano, mentre Scott Bessent, segretario al Tesoro, ha preannunciato altre sanzioni per stringere l’isolamento di Teheran. In casa Usa pesa poi il costo del carburante, salito oltre i 4 dollari al gallone, con le elezioni di midterm di novembre ormai vicine.
Per chi legge dall’Italia il punto resta quello di partenza: finché il passaggio nel Golfo è un’incognita, il canale che collega la geopolitica ai risparmi europei non è la Borsa ma il premio che gli investitori chiedono sul debito a lunga scadenza. I numeri di questo articolo fotografano le sedute del 17 e del 18 agosto 2026: su un dossier del genere, le quotazioni si muovono nell’arco di una singola giornata.


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