Il 20 agosto 2026 il prezzo di Ethereum si è mosso al rialzo con una violenza che non si vedeva da mesi. Buona parte di quella spinta, però, non è arrivata da qualcuno che ha deciso di comprare: è arrivata da chi era stato costretto a farlo. Nell’arco di ventiquattro ore le piattaforme di scambio hanno chiuso d’ufficio posizioni ribassiste per 2,74 miliardi di dollari. È la conta della prima rilevazione: i dati arrivano dalle piattaforme in modo scaglionato e incompleto, e nelle ore successive il totale della stessa giornata sarebbe stato rivisto verso l’alto, fin sopra i 3 miliardi.
Questo articolo guarda dentro quel numero. Non è un dato che riguarda chi possiede qualche criptovaluta e la tiene ferma: riguarda chi opera con denaro preso a prestito dalla piattaforma. Ma spiega perché il prezzo è salito così in fretta, e quindi interessa anche gli altri.
Cosa vuol dire che una posizione viene liquidata
Chi scommette sul ribasso apre uno short: in pratica vende una moneta che non possiede, sperando di ricomprarla più in basso e intascare la differenza. Per farlo deposita una somma a garanzia, il margine, e la piattaforma gli presta il resto. È la leva finanziaria: con pochi soldi si muove una posizione molto più grande.
Il meccanismo ha un rovescio preciso. Se il prezzo va nella direzione sbagliata e il margine non basta più a coprire la perdita, la piattaforma non aspetta: chiude la posizione da sola, al prezzo che trova. Quella chiusura forzata, su uno short, è un acquisto. Ecco perché una raffica di liquidazioni ribassiste spinge il prezzo ancora più in alto, e quel rialzo ne fa saltare altre. Si chiama short squeeze, ed è il motivo per cui vale la pena capire come funzionano le liquidazioni sui mercati delle criptovalute.
Perché Ethereum ha quasi raggiunto Bitcoin
La ripartizione di quelle ventiquattro ore, riportata da criptovaluta.it, è questa: 1,42 miliardi di dollari su Bitcoin, con il 99% riferito a posizioni ribassiste; 1,13 miliardi su Ethereum, con una ripartizione fra rialzisti e ribassisti molto simile; circa 104 milioni su Solana.
Il rapporto fra i primi due numeri è la parte interessante, e nessuno dei resoconti lo calcola: le liquidazioni su Ethereum hanno toccato circa l’80% di quelle su Bitcoin. Bitcoin resta la criptovaluta più grande e più scambiata, e in una giornata qualunque non c’è partita. Che la seconda moneta arrivi a quattro quinti della prima significa che le scommesse al ribasso si erano accumulate soprattutto lì.
Sul piano storico, in nessun altro giorno del 2026 ne erano saltate tante. Il precedente più vicino resta il crollo del 10 ottobre, ma con due differenze: l’importo era di 20 miliardi e a venire spazzati via furono i rialzisti, cioè esattamente il gruppo opposto.
Chi ha perso: dodici secondi e 24 milioni
Dentro il totale aggregato ci sono migliaia di posizioni anonime, e una che ha un nome. L’indirizzo pension-usdt.eth era stato per mesi tra i ribassisti più seguiti del ciclo, con una serie di operazioni vinte quasi tutte scommettendo contro Ethereum e Bitcoin. Erano posizioni pubbliche, e c’era chi le copiava.
Il 20 agosto quella scommessa, aperta da almeno due mesi, si è chiusa in dodici secondi, per 24 milioni di dollari. La ricostruzione di criptovaluta.it, che cita a sua volta CoinDesk, si appoggia agli archivi pubblici di Hyperliquid, la piattaforma su cui la posizione era aperta: la liquidazione è avvenuta in cinque vendite successive e l’ultima non ha trovato nessuno disposto a comprare dall’altra parte. A quel punto se l’è presa il fondo di garanzia della piattaforma, cioè la riserva che assorbe le posizioni rimaste senza acquirente per evitare che il buco ricada sugli altri utenti.
Vale la pena mettere quella cifra in scala. Ventiquattro milioni su un totale di 2,74 miliardi sono meno dell’uno per cento della giornata. Il ribassista più celebre del momento, quindi, ha contribuito per una frazione minima a un movimento fatto soprattutto di posizioni piccole e anonime.
Chi ha vinto: un portafoglio nato poche ore prima
All’estremo opposto c’è un conto che il giorno prima non esisteva. Su Hyperliquid è comparso un portafoglio appena creato, sul quale sono stati versati 20 milioni in USDC: la moneta digitale agganciata al dollaro che sulle piattaforme di scambio fa da contante. Con quella somma l’anonimo titolare ha aperto una scommessa al rialzo su 20.000 ETH, moltiplicata per quattro dalla leva: valore complessivo della posizione 45,38 milioni di dollari, prezzo di ingresso a 1.936 dollari.
Poche ore dopo Ethereum ha accelerato. Il guadagno, ancora sulla carta perché la posizione non era stata chiusa, veniva stimato in 6,6 milioni di dollari, cioè circa il 65% dei soldi effettivamente messi a garanzia. Il livello che avrebbe fatto scattare la liquidazione stava sotto i 1.000 dollari, lontanissimo: chi era entrato al rialzo, a differenza dell’orso, non rischiava nulla nell’immediato.
C’è un dettaglio che si vede solo mettendo insieme due analisi diverse. Il prezzo di ingresso, 1.936 dollari, sta appena sotto quota 1.980, che nella lettura grafica pubblicata da criptovaluta.it era la resistenza da settimane invalicabile per Ethereum: il muro che poi si è rotto, come racconta il pezzo dedicato al breakout e alla volatilità di Ethereum. Comprare subito sotto un muro che sta per cedere è la posizione migliore possibile, e infatti la segnalazione di Lookonchain, la società che monitora i movimenti sulla blockchain, ha girato in poche ore.
Da qui in avanti si entra nel campo delle supposizioni, ed è giusto dirlo. Il titolare è anonimo e non ha lasciato tracce che permettano di risalire alla sua identità. Alcuni analisti hanno notato che l’operazione è caduta mentre Donald Trump parlava in termini favorevoli del settore, ma – lo scrive la fonte stessa – non esiste alcun elemento che dimostri l’uso di informazioni riservate. Un precedente citato nello stesso articolo invita alla prudenza: un’altra balena aveva anticipato il crollo del 10 ottobre con un tempismo altrettanto perfetto, salvo restituire quasi tutto nei mesi seguenti.
Cosa lascia dietro una giornata così
Uno short squeeze non è una redistribuzione simmetrica in cui a ogni perdita corrisponde un vincitore altrettanto identificabile. Le due storie qui sopra lo mostrano bene: 24 milioni bruciati da una parte, 6,6 milioni non ancora incassati dall’altra, e in mezzo miliardi di dollari di posizioni chiuse in automatico da un algoritmo.
Resta un effetto collaterale segnalato nell’analisi dei numeri aggregati. Quando i prezzi si spostano così in fretta, il libro degli ordini – l’elenco delle proposte di acquisto e vendita in attesa – si svuota nelle fasce di prezzo appena attraversate. Il mercato si ritrova in zone dove basta poco a farlo muovere parecchio, in entrambe le direzioni: è la stessa fragilità che nei mesi precedenti aveva prodotto le frenate raccontate dai dati sui futures.
Il quadro completo di quella settimana, con il contesto macroeconomico che ha acceso la miccia e il confronto con Wall Street, sta nella ricostruzione del rally crypto di agosto 2026. Qui bastano i due estremi: tutti i numeri citati fotografano il 20 agosto 2026 e le ore immediatamente successive, non la situazione di oggi.


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