Tether supera l’audit KPMG: cosa dicono le riserve USDT

KPMG chiude senza rilievi la prima revisione dei conti di Tether, ma nei sei mesi successivi il margine sopra le passività di USDT si è ridotto del 39,7%.

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Tether supera l'audit KPMG: cosa dicono le riserve USDT


Se ti capita di parcheggiare denaro in una stablecoin fra un’operazione e l’altra, il 13 agosto 2026 è successa una cosa che ti riguarda: Tether, la società che emette USDT, ha annunciato di aver superato la sua prima revisione contabile vera e propria. A firmarla è KPMG U.S., che sui conti chiusi al 31 dicembre 2025 non ha sollevato obiezioni.

Facciamo un passo indietro di una riga, per chi arriva qui da fuori. Una stablecoin è un token digitale che promette di valere sempre un dollaro, e mantiene la promessa perché chi lo emette tiene da parte attività di valore equivalente. La domanda che il mercato si fa da anni su Tether è elementare: quei soldi ci sono davvero? La risposta della revisione è sì. Ma è la risposta a quella domanda soltanto. Sapere che le riserve esistono non dice quanto in fretta si trasformano in contanti, e i numeri diffusi insieme all’audit dicono che proprio su questo secondo fronte qualcosa si è mosso.

Perché una revisione dei conti pesa più di un’attestazione

Fino a questo passaggio Tether aveva pubblicato attestazioni periodiche sulle riserve: un professionista indipendente guarda cosa c’è in cassa in un giorno preciso, tipicamente l’ultimo del trimestre, e dice se basta a coprire i token in circolazione. È una fotografia, e finisce lì.

La revisione annuale, spiega economia-italia.com, lavora su un perimetro molto più largo: l’intero esercizio, non un istante. Il revisore entra nelle scritture contabili, nelle operazioni con le controparti, nei criteri usati per attribuire un valore alle attività, nei sistemi di controllo interno. Il verdetto tecnico si chiama unqualified opinion e in italiano significa semplicemente che chi ha controllato non ha nulla da eccepire: i conti raccontano la situazione dell’anno in modo corretto.

C’è un dettaglio che nella pratica conta parecchio, e riguarda l’oro. Secondo quanto comunicato dalla società, i lingotti non sono stati dati per buoni sulla parola dei depositari: sono stati contati uno per uno, con riscontro dei numeri identificativi. Per un emittente che per anni si è portato dietro il sospetto di riserve gonfiate sulla carta, è la differenza fra un documento e una verifica.

Un limite però resta, ed è nella natura stessa dello strumento: la revisione guarda indietro. Certifica il 2025. Per capire come stanno le cose adesso serve il documento successivo, l’attestazione sulle riserve al 30 giugno 2026 curata da BDO Advisory Services. Ed è lì che si trovano i numeri interessanti. Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether, ha parlato dell’operazione come di un «passaggio storico», riporta criptovaluta.it.

Dove stanno davvero i 187 miliardi

Alla fine di giugno 2026 le attività dichiarate da Tether International toccavano quota 187,751 miliardi di dollari; sull’altro piatto della bilancia, i debiti verso chi detiene i token si fermavano a 183,642 miliardi. Cifre da grande banca, per una società privata.

La parte rassicurante è la composizione. Quasi tre quarti di quel patrimonio — oltre 140,6 miliardi, il 74,9% del totale — sta parcheggiato nel debito pubblico americano a scadenza ravvicinata o in operazioni garantite da quello stesso debito. Nel dettaglio riportato dal report finanziario:

  • 114,961 miliardi in buoni del Tesoro statunitensi, con durata media sotto i 90 giorni: sono il 61,2% delle attività ed è la voce che regge tutto il resto;
  • 18,626 miliardi in operazioni di prestito garantito con scadenza a un giorno (i cosiddetti reverse repo overnight, cioè denaro prestato per ventiquattro ore contro titoli di Stato in garanzia);
  • 6,993 miliardi in operazioni analoghe ma con scadenza un po’ più lunga.

Tradotto: se domani molte persone chiedessero indietro i dollari, la maggior parte delle riserve sarebbe già in una forma che si converte in liquidità in tempi brevi e senza svendere nulla. Non è la struttura di chi ha investito il denaro dei clienti in attività difficili da rivendere.

Poi c’è il quarto che si muove con i mercati

Il resto è un’altra storia. Circa 41,9 miliardi — il 22,3% delle attività — sono in strumenti il cui valore cambia ogni giorno insieme ai mercati: 18,838 miliardi di oro fisico, 5,802 miliardi di Bitcoin, 3,761 miliardi di azioni quotate e 13,454 miliardi di prestiti concessi a terzi dietro garanzia. Fuori da questo conteggio restano altri 5,245 miliardi di investimenti che il report raggruppa in una voce residua, senza dettagliarli.

L’oro merita una precisazione, perché è la voce cresciuta di più: nel secondo trimestre del 2026 la società ne ha aggiunte circa 14 tonnellate, e ha superato quota 146 tonnellate se si conta sia il metallo in pancia al gruppo sia quello agganciato ai prodotti collegati. È metallo reale, verificato lingotto per lingotto. Ma il prezzo dell’oro sale e scende, quello di un buono del Tesoro a tre mesi praticamente no. Sono due cose diverse messe nella stessa colonna di un bilancio, e l’unica che si comporta come contante è la seconda.

Il cuscinetto si è assottigliato in sei mesi

Arriviamo al numero che secondo noi vale l’articolo. Oltre alle riserve che coprono i token, Tether tiene un margine in più: attività che eccedono i debiti, e che servono ad assorbire eventuali perdite senza intaccare la copertura di USDT. È il cuscinetto, il vero indicatore di quanto spazio c’è prima che un problema diventi il problema di chi detiene i token.

Alla data dell’audit KPMG quel margine valeva 6,814 miliardi di dollari. Sei mesi dopo, al 30 giugno 2026, era sceso a 4,110 miliardi: quasi 2,7 miliardi in meno, il 39,7% in meno. Sulle passività complessive rappresenta ormai il 2,24%.

Attenzione a leggerlo bene, perché è il punto in cui è facile sbagliare: un margine più sottile non significa che manchino i soldi per rimborsare i token. La copertura resta sopra il livello dei debiti, e nel primo semestre del 2026 la riduzione arriva da un risultato finanziario negativo per circa 3,171 miliardi, attenuato da 943 milioni di movimenti sul capitale. Significa un’altra cosa: che lo spazio di manovra si è ridotto di quasi due quinti in mezzo anno.

Ed è qui che le due metà dell’articolo si incontrano. Se metti accanto il cuscinetto da 4,110 miliardi e i 41,9 miliardi di attività che oscillano con i mercati, ottieni un rapporto che nessuno dei due documenti scrive: il margine equivale a circa il 10% di quelle attività. È aritmetica, non una previsione, e non dice che accadrà qualcosa. Dice però in quale ordine di grandezza si ragiona: finché il grosso delle riserve resta in titoli di Stato americani a breve, la fotografia è solida; è la parte volatile a determinare quanto in fretta il cuscinetto si consuma.

Due cifre diverse per la stessa data

C’è un ultimo dettaglio che il mercato farà bene a chiarire, e che vale la pena conoscere perché spiega perché il calo del 39,7% vada preso con le pinze. Per la fine del 2025 l’attestazione BDO di giugno indica, come termine di paragone, un patrimonio netto pari a 6,338 miliardi di dollari. Sono 476 milioni in meno rispetto ai 6,814 miliardi legati all’audit KPMG. Stessa data, due numeri diversi, e nessun prospetto pubblicato che spieghi da dove nasce la differenza: perimetro contabile, riclassificazioni, voci incluse o escluse.

La cosa curiosa è che partendo dalla cifra più bassa i conti tornano al centesimo: 6,338 miliardi meno i 3,171 di risultato negativo, più i 943 milioni di movimenti di capitale, fanno esattamente i 4,110 miliardi di fine giugno. Su quella base la contrazione del margine è di 2,228 miliardi, cioè il 35,2%: severa comunque, ma diversa dal 39,7% che si ottiene usando il dato dell’audit. Quale delle due letture sia quella giusta, oggi, dall’esterno non si può stabilire.

Cosa la revisione non dice

Il quadro, alla data in cui scriviamo, è questo: la verifica indipendente sull’esercizio 2025 è arrivata ed è pulita, la struttura delle riserve è nettamente sbilanciata verso il debito pubblico americano a breve, il margine sopra le passività si è ridotto in modo apprezzabile nel primo semestre 2026 e su una cifra i documenti non concordano.

Restano fuori due questioni che la revisione non tocca. La prima è la trasparenza a regime: un giudizio sui conti dell’anno passato non sostituisce il flusso di informazioni continue che il mercato chiede a chi gestisce oltre 180 miliardi di dollari di impegni rimborsabili a richiesta. La seconda è il confronto con chi quel percorso l’ha imboccato prima: il principale concorrente di Tether nel mondo delle stablecoin è sottoposto a revisione annuale da tempo, con un impianto di riserve costruito in modo diverso, e la distanza fra i due modelli spiega anche alcune scelte recenti di Tether sul mercato statunitense. Ne parliamo nel pezzo dedicato al confronto fra i due modelli di trasparenza.

Una cosa vale la pena tenerla a mente comunque, e non è un consiglio: dietro USDT c’è un’azienda privata, non una banca, e il token non è un conto corrente. Le tutele che valgono per i depositi bancari qui non si applicano, e la qualità della copertura la si legge nei report trimestrali — non nel prezzo di Bitcoin o dell’oro in una giornata favorevole.


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