Perché Buffett consiglia sempre un ETF sull’S&P 500

Costi allo 0,03%, la scommessa vinta contro gli hedge fund e i dati sui gestori: i numeri dietro il consiglio che Buffett ripete da anni.

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Perché Buffett consiglia sempre un ETF sull'S&P 500


C’è una contraddizione apparente al centro della carriera di Warren Buffett. L’uomo che ha costruito una delle più grandi fortune del mondo scegliendo le aziende una per una, quando gli chiedono cosa dovrebbe fare un risparmiatore qualunque, risponde da decenni la stessa cosa: comprare un fondo che replica l’indice della Borsa americana e lasciarlo lì. Non un titolo azzeccato al momento giusto. Un paniere, il più economico possibile, tenuto per anni.

Non è una battuta né un ripensamento recente. È una posizione che il presidente di Berkshire Hathaway ha messo per iscritto nelle lettere agli azionisti, ripetuto nelle assemblee annuali e — questa è la parte interessante — applicato alle istruzioni lasciate per il patrimonio di sua moglie. Qui proviamo a metterla in cifre: quanto costa davvero quella strategia, quanto ha reso quando è stata messa alla prova, e cosa raccontano i numeri sui gestori professionali che provano a fare meglio. Restano opinioni di Buffett e dati storici, non indicazioni su cosa fare con i propri soldi.

Prima di tutto: cos’è un ETF sull’S&P 500

L’S&P 500 è l’indice che raccoglie circa 500 tra le maggiori società quotate negli Stati Uniti. Un ETF indicizzato è semplicemente un fondo, acquistabile in Borsa come un’azione, che si limita a copiarne l’andamento: se l’indice sale del 5%, il fondo punta a fare lo stesso, senza che nessuno decida quali titoli comprare o vendere. Nessuno sceglie: si compra tutto il paniere.

Chi vuole capire il funzionamento dello strumento in generale trova una spiegazione più estesa in una guida dedicata al funzionamento di questi fondi, che ne spiega anche le differenze rispetto ai fondi tradizionali. Qui interessa un aspetto solo: il motivo per cui Buffett lo preferisce alla gestione attiva, cioè al lavoro di un professionista pagato per selezionare i titoli migliori.

Lo strumento che l’investitore americano nomina più spesso è il Vanguard S&P 500 ETF, sigla VOO, ricorda Wall Street Italia, che ha ricostruito le posizioni pubbliche di Buffett su questo tema. Dentro ci sono le grandi società americane di tutti e undici i principali settori dell’economia, da Nvidia a Microsoft, da Apple ad Amazon fino ad Alphabet.

Il costo: 3 dollari ogni 10.000

Il numero che Buffett mette sempre al primo posto non è il rendimento: è la commissione. Quella annua del VOO è pari allo 0,03%, cioè circa 3 dollari all’anno ogni 10.000 investiti. Detto in un altro modo: su 10.000 dollari, 9.997 restano investiti.

Perché una cifra così piccola meriterebbe di stare in apertura del discorso? Perché le commissioni si pagano ogni anno, e ogni anno si sottraggono a un capitale che nel frattempo dovrebbe crescere. È il rovescio dell’interesse composto, il meccanismo per cui i guadagni di un anno generano a loro volta guadagni l’anno successivo: quello che togli oggi non produce più niente domani. Su orizzonti lunghi, sostiene Buffett, anche differenze minime nei costi finiscono per pesare sul risultato finale.

C’è un secondo vantaggio che il fondatore di Berkshire attribuisce a questo tipo di strumento, ed è la diversificazione: comprandone una quota si è esposti contemporaneamente a centinaia di aziende di settori diversi, invece che alla sorte di due o tre società. La composizione dell’indice, tra l’altro, viene rivista periodicamente, e le società che non rispettano più i requisiti escono senza che l’investitore debba fare nulla.

Le istruzioni per il patrimonio della moglie: 90 e 10

Il passaggio più citato non è un consiglio dato ad altri, ma una decisione presa per sé. Nella lettera agli azionisti del 2013, Buffett rese pubbliche le indicazioni lasciate a chi avrebbe amministrato il patrimonio destinato alla moglie: il 90% in un fondo indicizzato sull’S&P 500 a costo bassissimo, il 10% in titoli di Stato americani a breve termine. Nessuna selezione di titoli, nessun gestore stellare.

La stessa preferenza compare nella lettera del 2016 e poi all’assemblea annuale di Berkshire del 2021, quando Buffett indicò nel fondo che segue quell’indice la scelta preferibile per quasi tutti i risparmiatori. Tre occasioni distanti anni l’una dall’altra, con lo stesso contenuto: è questo che rende la posizione difficile da liquidare come una boutade.

Vale la pena notare cosa quella ripartizione non dice. Non indica un importo, non parla di età, non tiene conto della valuta in cui vive chi legge — un investitore europeo che compra un indice americano si assume anche l’oscillazione del cambio euro-dollaro, che nel discorso di Buffett non compare perché il suo pubblico è statunitense.

La scommessa da un milione contro gli hedge fund

Nel 2007 Buffett decise di mettere la tesi alla prova con una scommessa pubblica da un milione di dollari. La controparte era Protégé Partners, società specializzata nel selezionare hedge fund, cioè fondi riservati a investitori facoltosi che usano strategie sofisticate e commissioni ben più alte di quelle di un indice. La domanda era semplice: in dieci anni rende di più un fondo indicizzato Vanguard sull’S&P 500 oppure un gruppo di cinque hedge fund, selezionati da chi lo fa di mestiere?

Alla scadenza il fondo passivo aveva accumulato circa il 125,8%, mentre il gruppo dei cinque hedge fund si era fermato nettamente sotto. Tradotto in un numero che si legge meglio: un rendimento del 125,8% spalmato su dieci anni corrisponde a poco meno dell’8,5% medio annuo di crescita composta. Non è un risultato spettacolare preso singolarmente; lo diventa nel confronto, perché è ciò che ha ottenuto la strategia che non chiedeva a nessuno di essere bravo.

Un avvertimento è d’obbligo, e non viene da Buffett: dieci anni sono un periodo specifico, con un andamento specifico dei mercati americani. Un decennio diverso avrebbe potuto dare un esito diverso, e il rendimento passato di un indice non dice cosa farà il prossimo.

Quanti gestori professionali battono davvero l’indice

La scommessa era un caso singolo. I dati sul risparmio gestito, riportati sempre da Wall Street Italia, raccontano una tendenza più ampia e più scomoda per il settore: negli ultimi dieci anni oltre l’85% dei fondi azionari americani specializzati nelle grandi società non è riuscito a superare l’S&P 500 una volta sottratte le commissioni. Allungando lo sguardo a quindici anni, la percentuale di chi resta indietro supera il 90%.

Girando le due cifre dall’altra parte si capisce meglio la portata: a dieci anni meno di un fondo su sette riesce a fare meglio dell’indice che dovrebbe battere; a quindici anni ne resta in piedi meno di uno su dieci. E il problema pratico non è solo che pochi ci riescono, è che nessuno sa in anticipo quali saranno.

Qui sta il punto che tiene insieme il costo e la statistica, e che nessuno dei due numeri direbbe da solo: se pagare lo 0,03% costa 3 dollari su 10.000 e la stragrande maggioranza dei fondi che costano molto di più non batte comunque il riferimento, la scelta cara diventa difficile da giustificare con i risultati storici. È l’argomento che Buffett ripete da vent’anni, e non è un’intuizione: è aritmetica.

La pazienza, l’altra metà del ragionamento

Comprare l’indice è metà del discorso. L’altra metà è cosa se ne fa dopo, e su questo la filosofia che accompagna Buffett da oltre sessant’anni ha un nome inglese diventato di uso comune: buy and hold, comprare e tenere. Significa acquistare attività ritenute solide e conservarle per molti anni, senza reagire alle oscillazioni di breve periodo.

L’esempio storico più eloquente è Coca-Cola. Berkshire ne acquistò le prime azioni nel 1988 e chiuse la costruzione della quota spendendo in tutto circa 1,3 miliardi di dollari. Quelle azioni non sono mai uscite dal portafoglio: oggi vale decine di miliardi e continua a distribuire dividendi. Percorso simile per American Express, una società che Buffett osserva dagli anni Sessanta e su cui Berkshire ha consolidato la propria quota negli anni Novanta.

Il corollario, nelle parole di Buffett, è che il tempo lavora a favore di chi investe, mentre chi insegue l’attimo giusto per entrare e per uscire, o sposta di continuo i soldi da un settore all’altro, sul lungo periodo tende a ottenere di meno. Vale la pena ricordare che chi ha comprato Coca-Cola nel 1988 sono i gestori di Berkshire, non un risparmiatore con l’ETF: il buy and hold qui è la cornice mentale, non lo stesso investimento.

Chi compra l’indice possiede già un pezzo delle scelte di Berkshire

C’è un dettaglio che i due discorsi — il consiglio ai risparmiatori e il mestiere quotidiano di Berkshire — rendono meno distanti di quanto sembri. Le società che pesano di più nell’S&P 500 sono in larga parte le stesse su cui la holding di Omaha ha costruito il proprio portafoglio: Apple, prima partecipazione azionaria del gruppo con circa 66 miliardi di dollari alla fine di giugno 2026, e Alphabet, la società madre di Google, salita al terzo posto secondo i dati di portafoglio riportati da FIRSTonline.

Sono entrambe dentro il paniere che Buffett suggerisce. Chi ne compra una quota è quindi esposto — in proporzione al peso di ciascuna nell’indice, e insieme ad altre centinaia di aziende — proprio a quei nomi. La differenza è tutta nel dosaggio: Berkshire concentra, l’indice distribuisce.

Il rafforzamento della posizione su Alphabet, arrivata a valere decine di miliardi in pochi trimestri, è la mossa di portafoglio che ha fatto più discutere nell’ultimo trimestre e lo abbiamo raccontato a parte, con tutti i numeri e gli altri movimenti del trimestre, nell’analisi su l’investimento di Berkshire in Google. Ai fini di questo articolo conta un aspetto solo: nemmeno quella mossa contraddice il consiglio dell’ETF. Riguarda una holding che gestisce professionalmente centinaia di miliardi, non il risparmiatore a cui Buffett dice da vent’anni di comprare l’indice e smettere di pensarci.

Cosa resta, e cosa il consiglio non copre

Il messaggio che Buffett ripete non è cambiato: per la maggior parte di chi mette da parte dei soldi, costruire un patrimonio non richiede operazioni frequenti né strategie complicate. Un fondo che replica l’S&P 500 offre esposizione ampia all’economia americana, costi ridotti al minimo e un aggiornamento automatico della composizione, senza dover indovinare quali settori vinceranno.

Restano fuori dal discorso, però, parecchie cose. Il consiglio riguarda un indice di un solo Paese, per quanto grande, e non affronta il tema di quanto del proprio denaro destinare ai mercati azionari, che è la domanda da cui in genere si parte. Non dice niente sul rischio di dover vendere in un momento sbagliato, né sulle tasse, che in Italia funzionano diversamente da come funzionano per un investitore americano. E la chiusura di questo articolo è la stessa dell’apertura: quella di Buffett è una posizione personale, ripetuta con costanza e sostenuta da dati storici, non un’indicazione operativa valida per chiunque.


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