La cifra che gira su tutti i titoli è 1.400 miliardi di dollari. Conviene partire da lì, perché è il punto in cui la storia viene raccontata storta più spesso: quel numero non è una multa, non è la somma che gli Stati americani hanno chiesto e non è una stima del tribunale. È un conto che ha fatto Meta, davanti al giudice, per mostrare a che risultati porterebbe il metodo di calcolo proposto da chi la accusa.
Il processo, però, è reale e riguarda il cuore del prodotto. A Oakland, in California, quattro Stati — California, Colorado, Kentucky e New Jersey — sostengono che dietro le due app ci sia un disegno preciso: tenere i ragazzi incollati allo schermo e raccogliere dati anche su chi, per età, non potrebbe nemmeno iscriversi. Se ti stai chiedendo perché dovrebbe interessare a chi vive in Italia, la risposta sta in ciò che i procuratori chiedono oltre ai soldi: cambiare il modo in cui le due app funzionano. Sono le stesse due app che hai sul telefono.
Da dove arriva davvero il numero da 1.400 miliardi
Il calcolo è semplice e per questo produce numeri enormi. Le leggi americane fissano una penalità per ogni violazione; se moltiplichi quella penalità per il numero stimato di utenti coinvolti, o di infrazioni commesse, arrivi a somme che non hanno più molto a che vedere con la contabilità di un’azienda. È esattamente l’operazione che i legali di Meta hanno svolto in aula, secondo Economy Magazine, per sostenere che il criterio indicato dagli Stati è insostenibile. La stessa testata riporta che l’importo definitivo non è stato reso pubblico dai procuratori generali, e che la cifra circolata sulla stampa americana va letta come una misura del rischio, non come una passività.
Una precisazione sui protagonisti, perché il termine ricorre di continuo nelle cronache americane: gli attorney general sono i procuratori generali dei singoli Stati, cioè i vertici legali di ciascuno Stato, e possono avviare azioni in giudizio nell’interesse dei cittadini che rappresentano. Non sono il governo federale e non parlano a nome di Washington: agiscono ognuno per il proprio Stato, ed è per questo che una causa del genere nasce mettendosi d’accordo in tanti.
Un raffronto aiuta a inquadrarla. Poche settimane prima dell’apertura del dibattimento californiano, una corte del New Mexico ha condannato Meta a versare 567 milioni su contestazioni dello stesso tipo, imponendo anche una serie di cambiamenti nel funzionamento del servizio: l’azienda ha annunciato ricorso. Fra le due grandezze c’è un rapporto di quasi 2.500 a uno. Detto altrimenti: la sanzione più pesante che Meta si è vista imporre finora su questo terreno vale lo 0,04% del conto teorico di cui si è parlato a Oakland. Anche per questo FIRSTonline definisce altamente improbabile un esito da mille e passa miliardi, che farebbe semplicemente saltare la società, e considera più realistica una sanzione di ordine molto inferiore o un’intesa raggiunta fuori dall’aula. Quest’ultima ipotesi, l’accordo extragiudiziale, è la strada in cui le parti si mettono d’accordo su una somma e su una serie di impegni prima che il giudice arrivi a decidere: chiude la partita senza che venga stabilito chi aveva ragione.
Non è un processo su quello che gli utenti pubblicano
Qui sta la differenza rispetto alle cause che negli anni hanno riguardato i social. Di solito si discute dei contenuti: un post, un video, un commento. Stavolta l’oggetto del contendere è il funzionamento dell’applicazione. I procuratori mettono nel mirino lo scrolling infinito — la pagina che si ricarica da sola e non finisce mai — le notifiche che ti richiamano dentro e gli algoritmi che propongono senza sosta contenuti nuovi. La tesi dell’accusa è che non siano scelte tecniche neutre, ma strumenti costruiti per allungare il tempo di permanenza, con un effetto particolarmente forte sui più giovani.
Un dettaglio da tenere a mente mentre si legge l’elenco: nessuna di quelle funzioni è un’esclusiva di Facebook o Instagram. Lo scorrimento continuo, i suggerimenti calcolati su ciò che hai guardato e gli avvisi che arrivano sul telefono stanno praticamente in ogni applicazione con cui passi del tempo. È il motivo per cui una decisione presa su Meta non resterebbe una faccenda di Meta, ed è anche uno degli argomenti che l’azienda usa per difendersi: sostiene che funzioni comuni a tutto il settore non possano essere trattate come pratiche commerciali scorrette.
La distinzione non è accademica: cambia le armi a disposizione della difesa. Negli Stati Uniti esiste una norma nota come Section 230, contenuta nel Communications Decency Act, che da tempo mette le piattaforme al riparo da ciò che scrivono gli iscritti — in sostanza stabilisce che il servizio non risponde come se fosse l’autore del messaggio. Se però l’imputato non è il contenuto ma il design, quello scudo copre molto meno.
Come lo abbia riassunto l’accusa lo racconta FIRSTonline citando Megan O’Neill, che in California ricopre la carica di vice procuratrice generale: il modello di business sarebbe consistito nell’«agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». Un meccanismo che, sempre secondo O’Neill, ha funzionato particolarmente bene sui bambini.
Il secondo fronte: i dati dei bambini sotto i 13 anni
La seconda contestazione è più tecnica ma più facile da provare, e la sollevano tutti e 29 gli Stati coinvolti nella causa. Riguarda il Children’s Online Privacy Protection Act, abbreviato in Coppa: è la legge federale che vieta di raccogliere dati sui bambini con meno di 13 anni senza il consenso dei genitori. Secondo i procuratori, Meta quei dati li ha raccolti lo stesso.
La replica dell’azienda si gioca sulla consapevolezza. Meta sostiene che nessuno abbia dimostrato che sapesse quali account appartenevano a ragazzini sotto i 13 anni e che abbia deciso di chiudere un occhio. È una linea difensiva che sposta il problema dal fatto all’intenzione, e che spiega perché in questo processo contino tanto i documenti interni.
Da noi la materia è regolata da un impianto diverso, quello europeo sulla protezione dei dati personali: se vuoi capire come funziona il quadro in cui rientrano anche i social, abbiamo spiegato altrove che cosa prevedono le regole europee sulla privacy.
Il terzo fronte: la distanza tra quello che si sapeva e quello che si diceva
Il terzo capo d’accusa riguarda l’informazione data al pubblico. I procuratori sostengono che ci fosse uno scarto tra quello che in azienda si sapeva sui rischi delle piattaforme e quello che veniva comunicato fuori. È il filone che si nutre delle ricerche interne finite all’esterno negli ultimi anni, a partire dalle rivelazioni della whistleblower Frances Haugen, cioè la dipendente che ha reso pubblici documenti riservati sugli effetti dei prodotti sugli adolescenti.
Su questo punto la difesa risponde con un argomento di prova: nessuno, sostiene Meta, ha portato in giudizio un utente concretamente tratto in inganno, Stato per Stato. Non basta sostenere che il messaggio pubblico fosse rassicurante, insomma; bisogna mostrare chi ci ha creduto e che cosa gli è costato.
Chi ha portato Meta in tribunale, e perché non è uno schieramento solo
Vale la pena mettere in fila i numeri della coalizione, perché nessuna delle due ricostruzioni li presenta insieme e presi separatamente confondono. Il punto di partenza, nel 2023, è una causa federale promossa da 33 procuratori generali di entrambi gli schieramenti politici; sommando i procedimenti federali e quelli statali, le azioni coordinate hanno finito per coinvolgere 42 procuratori. Dentro questo perimetro sta la causa arrivata a giudizio, che riunisce 29 Stati. E al banco, a Oakland, ci sono i quattro capofila: California, Colorado, Kentucky, New Jersey.
L’imbuto conta perché smonta una lettura comoda, quella dello scontro politico tra la Silicon Valley e le amministrazioni di una sola parte. Economy Magazine ricorda che l’azione nasce bipartisan e la accosta alle grandi offensive giudiziarie contro l’industria del tabacco: l’argomento dei procuratori è che in azienda i pericoli per i più giovani fossero noti, e che nel frattempo i servizi venissero raccontati fuori come sicuri.
Come si difende Meta
La società respinge tutto. Definisce le contestazioni ristrette e senza basi, e giudica le pretese economiche «enormemente sproporzionate». Sul terreno della protezione dei minori rivendica invece quello che ha costruito: sistemi di intelligenza artificiale e strumenti di verifica dell’età pensati anche per scovare chi si iscrive dichiarando una data di nascita falsa.
È una difesa a due tempi. Sul piano giuridico nega che il design possa essere trattato come una pratica scorretta; sul piano dei fatti dice di aver già messo mano al problema. Quale delle due regga meglio lo dirà l’istruttoria.
Dove l’accusa è più fragile: la scienza non ha una risposta netta
C’è un passaggio che la difesa userà di sicuro, e riguarda il nesso di causa. Una cosa è osservare che gli adolescenti che stanno male usano molto i social, un’altra è dimostrare che i social li facciano stare male. Le National Academies, secondo Economy Magazine, hanno concluso che gli studi disponibili non bastano a sostenere, sul piano generale della popolazione, che sia l’uso dei social a modificare in modo diretto la salute di chi cresce; riconoscono però vantaggi e pericoli diversi da persona a persona, a seconda di che cosa si guarda e di come si usano le piattaforme.
Attenzione a cosa significa nel processo: quel giudizio indebolisce la parte dell’accusa che parla di danno alla salute, non necessariamente le altre due. Sulla raccolta dei dati degli under 13 e sulle informazioni date al pubblico non serve stabilire se Instagram faccia male: servono i documenti.
Chi decide, e in quanto tempo
Una particolarità del procedimento è che la parola finale non spetta alla giuria. I suoi otto componenti hanno un ruolo puramente consultivo, mentre a decidere sarà la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers. In pratica gli otto giurati esprimono un parere, e la sentenza la scrive lei: è una configurazione che sposta tutto il peso su una sola persona, e che rende meno prevedibile la lettura dei classici segnali da aula di tribunale. Tra le persone che dovrebbero sfilare davanti a lei c’è Mark Zuckerberg, che di Meta è il fondatore oltre che l’amministratore delegato, e c’è Adam Mosseri, alla guida di Instagram. In lista, per l’accusa, ci sono anche ex dipendenti della società, specialisti della salute mentale dei bambini e i documenti interni raccolti a partire dal 2023.
Sui tempi, le previsioni parlano di un dibattimento fra le quattro e le sei settimane. Alla fine di agosto 2026, quando le due testate italiane se ne sono occupate, era appena partito: se quella durata verrà rispettata, la fase in aula dovrebbe chiudersi tra la fine di settembre e la metà di ottobre. Poi servirà il tempo della decisione, e in ogni caso il primo grado non è l’ultima parola: sul verdetto del New Mexico Meta ha già annunciato che ricorrerà.
Quello che gli Stati vogliono non sono soprattutto soldi
È la parte meno raccontata e la più concreta. Le richieste comprendono la rimozione dello scrolling infinito, paletti più stretti all’uso delle piattaforme da parte dei minorenni, interventi sugli algoritmi che servono a tenere le persone davanti allo schermo e la cancellazione di modelli di intelligenza artificiale che, secondo i procuratori, sarebbero stati addestrati con dati di minori raccolti senza consenso.
Qui la causa smette di essere una questione legale e diventa una questione di bilancio. Le funzioni sotto accusa sono le stesse che generano il tempo di permanenza, e il tempo di permanenza è ciò che si vende agli inserzionisti. Se un giudice le dichiarasse illecite o ingannevoli, come nota Economy Magazine, il problema per l’azienda non sarebbe firmare un assegno: sarebbe rimettere mano a un pezzo del motore dei ricavi.
Perché il processo lo guarda tutta l’industria, non solo Meta
Il contesto attorno a Oakland è già affollato. Oltre 3.000 cause contro le grandi piattaforme social hanno superato il vaglio preliminare e potranno andare avanti nelle corti federali. Alla ventenne Kaley G.M., in un procedimento che tirava dentro Meta e Google, una giuria di Los Angeles aveva riconosciuto a marzo 6 milioni di dollari, e quella decisione ha contribuito a far partire nuove iniziative individuali e collettive.
Se gli Stati vincessero, le cause promosse da famiglie, scuole e istituzioni si troverebbero un appiglio molto più solido. E la domanda a cui il tribunale finirebbe per rispondere non sarebbe più se una singola azienda abbia infranto una regola, ma quanto una società tecnologica possa essere chiamata a rispondere del modo in cui ha disegnato un prodotto digitale. È il motivo per cui, come si è visto sopra, gli investitori guardano meno alla cifra monstre e più all’eventualità che dal processo escano vincoli sul funzionamento delle piattaforme, replicabili poi altrove.
Che cosa cambia, per ora, per chi usa Facebook e Instagram
Nell’immediato, nulla. È un processo civile americano, siamo al primo grado, la decisione non è arrivata e le somme di cui si discute restano ipotesi. Nel frattempo il tema si muove per altre strade: in Europa più di un Paese ha già fissato per legge un’età minima, con l’obiettivo di ridurre i rischi dei social e di frenare la dipendenza, senza aspettare un tribunale della California.
Resta il punto da cui siamo partiti. I 1.400 miliardi sono la cosa meno significativa di questa vicenda: un numero prodotto dalla difesa per far apparire assurdo il metodo dell’accusa, e finito per essere letto come la posta in gioco. La posta vera è più piccola in dollari e più grande in conseguenze — stabilire se lo scrolling infinito sia una caratteristica del prodotto o un difetto di cui qualcuno deve rispondere.


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