Fino a 231 milioni di dollari: tanto è disposta a spendere eToro per comprarsi TradeZero, un broker online americano che di nome, in Italia, conosce quasi nessuno. L’accordo è stato reso noto ad agosto 2026, ma non è ancora fatto: la firma finale è attesa nella prima metà del 2027, e prima devono dire di sì le autorità di vigilanza dei Paesi coinvolti.
Se hai un conto su eToro, quindi, nell’immediato non cambia niente: fino alla chiusura le due società restano separate e ognuna lavora con le proprie piattaforme. Quello che è interessante, semmai, è il prezzo. Perché mettere 231 milioni su una società che ne fattura 80 è una scelta che dice parecchio su dove eToro vuole andare.
Chi compra e chi viene comprato
eToro è la piattaforma diventata popolare grazie al social trading, cioè la possibilità di replicare in automatico le operazioni di altri utenti iscritti. Il gruppo è quotato sul Nasdaq, la borsa americana dei titoli tecnologici, con la sigla $ETOR: significa che ogni operazione di questo tipo finisce sotto la lente di chi possiede quelle azioni.
TradeZero è tutt’altra cosa. Nasce nel 2015 con uno slogan che si può riassumere così: fatta da trader per trader. Non punta al risparmiatore occasionale, ma a chi apre e chiude posizioni tutti i giorni, sulle azioni e sulle opzioni — contratti che danno il diritto, non l’obbligo, di comprare o vendere un titolo a un prezzo fissato in anticipo. È un pubblico ristretto e molto esigente, agli antipodi rispetto al principiante che scarica l’app per provare (se non hai familiarità con questi strumenti, abbiamo spiegato altrove come funziona la compravendita di titoli online).
Come viene pagata l’operazione
Il corrispettivo massimo è appunto di 231 milioni di dollari, e non è tutto in contanti. Le due testate che hanno dato la notizia concordano sulla struttura: una parte in cassa, e poi azioni ordinarie di Classe A di nuova emissione, non oltre 2,5 milioni di titoli, con i normali aggiustamenti di prezzo che accompagnano questo genere di contratti. Tradotto: una fetta del compenso ai venditori arriva sotto forma di quote della società che li compra, non di denaro.
Il totale, va detto, è un tetto e non una certezza. Sia criptovaluta.it sia FIRSTonline parlano di valore complessivo potenziale: la cifra effettiva dipenderà dagli aggiustamenti previsti dall’accordo.
Il conto che spiega il prezzo
Qui arriva la parte che nessuna delle due cronache mette per iscritto, ma che salta fuori accostando due numeri. Il giro d’affari di TradeZero, nei dodici mesi chiusi il 30 giugno 2026, si è fermato intorno agli 80 milioni di dollari. Rapportando il prezzo massimo al giro d’affari si ottiene un multiplo di circa 2,9 volte: eToro sta pagando poco meno di tre anni di fatturato della società che acquista.
Il secondo numero spiega perché quella cifra può avere senso. Il margine lordo di TradeZero è dell’81%: su cento dollari incassati, ottantuno restano dopo i costi diretti del servizio. È il profilo tipico di un’attività costruita su software e licenze, dove far passare un cliente in più costa quasi nulla. Su una base del genere l’azienda che compra si aspetta che i ricavi acquisiti si traducano in utile quasi per intero, invece di essere mangiati dai costi.
Non a caso il comunicato, ripreso da entrambe le fonti, stima un effetto positivo sull’utile per azione rettificato già dal primo esercizio successivo al completamento. L’utile per azione è la fetta di guadagno che spetta a ogni singola azione della società; “rettificato” vuol dire depurato di alcune voci straordinarie. Resta una previsione dell’azienda, non un risultato: le stime che accompagnano le acquisizioni raccontano le intenzioni di chi le fa.
Perché comprare invece di aprire uno sportello nuovo
La ragione geografica è la più evidente. Secondo la ricostruzione di criptovaluta.it, TradeZero ha costruito la propria rete un pezzo alla volta, con società figlie autorizzate una per volta: la casa madre nel 2015 per la clientela internazionale, il ramo statunitense nel 2019, quello canadese nel 2022 e la sussidiaria europea nel 2025. Dieci anni per mettere insieme quattro licenze in altrettante giurisdizioni.
È esattamente il tempo che eToro non spende. Comprando TradeZero si porta a casa strutture già autorizzate a operare negli Stati Uniti e in Canada — mercato, quest’ultimo, che FIRSTonline indica come uno dei guadagni dell’operazione — senza attraversare da capo le trafile con le autorità americane. Yoni Assia, cofondatore e amministratore delegato di eToro, l’ha inquadrata come una scorciatoia industriale: la combinazione, ha dichiarato, offre al gruppo “un percorso più rapido per lanciare nuovi prodotti per i clienti statunitensi”.
Dall’altra parte, Daniel Pipitone, cofondatore e amministratore delegato di TradeZero, ha spiegato la scelta in termini di dimensione: la platea di utenti di eToro dà alla sua società la scala per accelerare, mentre l’infrastruttura e gli strumenti sviluppati in casa dal broker americano vanno a irrobustire una piattaforma più larga.
Quando si chiude, e chi ci ha lavorato
Il calendario è la parte meno spettacolare ma più concreta. Il completamento è previsto nel primo semestre del 2027, subordinato alle condizioni abituali di questo tipo di contratti e soprattutto al via libera delle autorità di regolamentazione. Tra l’annuncio di agosto 2026 e la chiusura passeranno quindi diversi mesi, durante i quali il perimetro dell’accordo resta quello scritto sulla carta.
Sui consulenti l’elenco arriva da FIRSTonline: eToro si è affidata a Jefferies sul fronte finanziario e allo studio Simpson Thacher & Bartlett LLP su quello legale, mentre TradeZero ha avuto come advisor finanziario esclusivo J.P. Morgan Securities LLC e come consulente legale Choate, Hall & Stewart LLP.
Il quadro, alla fine, torna al punto di partenza. Il prezzo pieno vale quasi tre volte i ricavi di TradeZero, ma compra un’attività che trattiene otto decimi di quanto incassa e un permesso di operare negli Stati Uniti già in tasca. Se l’aritmetica funzionerà davvero lo diranno i conti di eToro dopo la chiusura, non prima: da qui alla prima metà del 2027 l’accordo resta un accordo firmato che aspetta un timbro.


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