Cinquanta euro al mese fanno 600 euro l’anno. Detta così sembra una cifra troppo piccola per cambiare qualcosa, ed è esattamente il motivo per cui molte persone rimandano. Il punto, però, è un altro: a fare la differenza su un orizzonte lungo non è tanto quanto versi ogni mese, ma da quando cominci e quanto ti costa restare investito.
Questa guida mette insieme due articoli usciti sulla stessa testata e con due sguardi diversi: una guida per principianti firmata dal rappresentante italiano di un broker online, e un’analisi sul mercato degli ETF italiano. Il primo spiega il meccanismo, il secondo ricorda che il conto dei costi non finisce dove sembra. Di seguito trovi entrambe le cose, con i numeri esatti che le fonti riportano e senza indicazioni su cosa dovresti fare: quella è una decisione tua, eventualmente con un professionista.
Perché dieci anni valgono più di cento euro al mese
Il confronto che regge tutto il ragionamento è fra due persone: una comincia a 25 anni mettendo da parte 50 euro al mese, l’altra aspetta i 35 e ne mette 150. Sulla carta la seconda è tre volte più generosa con se stessa — 1.800 euro l’anno contro 600 — eppure, secondo la guida pubblicata da Wall Street Italia, su un periodo lungo può ritrovarsi indietro. I dieci anni persi pesano più dei 1.200 euro all’anno aggiuntivi.
La ragione ha un nome tecnico e un funzionamento semplice: interesse composto. Vuol dire che i guadagni non maturano solo sulla somma che hai versato, ma anche sui guadagni degli anni precedenti, che restano dentro e a loro volta producono. È un effetto che all’inizio quasi non si vede e che diventa evidente solo dopo parecchi anni. Per questo il tempo non è una variabile fra le altre: è quella che moltiplica tutte le altre.
Sul rendimento di riferimento si esprime così Francesco Bergamini, che per Freedom24 ha il ruolo di rappresentante nel nostro Paese: «storicamente, l’MSCI World ha generato rendimenti intorno al 7-9% annuo su orizzonti temporali lunghi». Vale la pena tenere a mente da dove arriva la frase: si tratta di una società che vende l’accesso a quegli stessi strumenti, quindi è una voce di parte, non un parere neutrale. Il dato in sé, però, è coerente con la media storica di lungo periodo che vedremo più avanti.
Che cos’è un ETF, spiegato senza gergo
ETF sta per Exchange Traded Fund: è un fondo quotato in borsa che, invece di scommettere su singole aziende, copia l’andamento di un indice. Un indice è semplicemente un paniere di titoli usato come termometro di un mercato, come spieghiamo nella scheda su gli indici di borsa.
Prendiamo il più citato dei panieri globali, l’MSCI World. Chi compra un ETF che lo replica diventa, in proporzione minima, comproprietario di più di 1.300 società sparse in 23 Paesi sviluppati: la fonte cita fra le altre Apple, Microsoft, Novo Nordisk, ASML e Nestlé. La conseguenza pratica è che il tonfo di una singola azione non azzera niente. Se una società perde il 30% in una settimana, dentro il fondo restano centinaia di altre che nel frattempo possono muoversi in direzione opposta.
Questo non elimina il rischio, lo distribuisce. Quando scende l’intero mercato azionario mondiale, scende anche l’ETF che lo replica: la diversificazione protegge dall’incidente sul singolo nome, non dalle fasi negative generali. Se il funzionamento di questi strumenti ti è ancora poco chiaro, abbiamo una scheda che parte da zero su questi fondi quotati.
Cosa succede ai versamenti quando la borsa scende
Qui sta il meccanismo che rende diverso il versamento mensile rispetto all’investimento in un’unica soluzione. Si chiama cost averaging, in italiano costo medio, ed è il principio che regge i versamenti periodici di importo fisso: mettendo ogni mese la stessa cifra fissa, compri automaticamente meno quando i prezzi sono alti e di più quando sono bassi, senza doverci pensare.
L’esempio numerico della fonte è elementare. Con una quota che costa 50 euro, i tuoi 50 euro comprano una quota sola. Se il mese dopo quella quota è scesa a 25 euro, gli stessi 50 euro ne comprano due. Il risultato è che il prezzo medio al quale sei entrato sul mercato tende a essere più basso di quello che avresti ottenuto puntando tutto in un giorno solo, scelto sperando che fosse quello giusto.
Ne discende una conseguenza controintuitiva, ed è forse la cosa più utile da capire: per chi sta ancora accumulando, un mercato che scende non è soltanto una brutta notizia. È anche il periodo in cui lo stesso versamento compra più roba. Il quadro cambia, ovviamente, per chi ha smesso di versare e sta per prelevare.
Un dato aiuta a inquadrare l’orizzonte di cui si sta parlando: dal 1970 in poi l’MSCI World ha chiuso in positivo ogni intervallo di quindici anni, compresi quelli iniziati poco prima della crisi del 2008. È una statistica sul passato, non una promessa sul futuro, e riguarda periodi molto lunghi: quindici anni sono l’unità di misura, non tre.
Lo 0,2% di commissioni, e quello che non comprende
Ogni fondo trattiene una commissione annua, riassunta in una sigla che trovi in ogni scheda prodotto: il TER, l’indicatore sintetico dei costi. Gli ETF migliori sull’MSCI World stanno sotto lo 0,2% annuo: tradotto in soldi che si contano, sono circa 2 euro l’anno ogni 1.000 euro investiti. Un fondo a gestione attiva, cioè affidato a un gestore che sceglie i titoli invece di copiare l’indice, di norma costa parecchio di più.
Sembra una differenza da poco e non lo è, perché si applica ogni anno a un capitale che nel frattempo cresce. La guida quantifica così l’effetto: su trent’anni, un punto percentuale in più di costi annui può erodere «decine di migliaia di euro». Questo è il motivo per cui il TER va guardato prima del rendimento passato, che nessuno può garantire, mentre il costo è certo.
E qui entra l’altro articolo, che aggiunge un pezzo mancante. Secondo l’analisi pubblicata da Wall Street Italia, su Borsa Italiana sono ormai quotati oltre 2.000 fra ETF e altri prodotti simili, e fra questi hanno fatto la loro comparsa gli ETFA, cioè ETF a gestione attiva, che hanno commissioni più alte di quelli che si limitano a replicare un indice. La conclusione dell’autore è netta: chi vuole spendere meno passando agli ETF deve selezionarli e comprarli per conto proprio, oppure farsi consigliare — e la consulenza ha un prezzo che va sommato al TER. In altre parole, lo 0,2% è il costo del prodotto, non necessariamente il costo totale dell’operazione. Abbiamo dedicato a questo nodo un approfondimento a parte, sul perché la scelta fra ETF e fondi comuni sia meno netta di come viene raccontata.
I tre passaggi della guida, e chi li ha scritti
Il percorso operativo descritto nell’articolo di Freedom24 si articola in tre mosse: aprire un conto presso un intermediario, individuare un ETF, e fissare un giorno del mese sempre uguale in cui effettuare il versamento. Sull’ultimo punto l’autore insiste in modo particolare, sostenendo che nel lungo periodo l’abitudine conta più del tentativo di indovinare il momento di ingresso.
Vanno però messi in chiaro due elementi che nell’articolo originale restano sullo sfondo. Il primo: il testo è materiale di ufficio stampa e i dettagli operativi rimandano alla piattaforma della società che lo firma, presentata come porta d’accesso a oltre 3.500 ETF su NYSE, NASDAQ, Deutsche Börse, London Stock Exchange e altri mercati, con apertura del conto online e senza deposito minimo. Il secondo: gli strumenti nominati — un ETF sull’MSCI World, uno sull’S&P 500, uno sul Nasdaq Composite, uno sullo STOXX Europe 600 — sono esempi citati da una parte interessata, non una selezione indipendente.
Il che non li rende sbagliati, li rende semplicemente da verificare altrove. Ed è il punto in cui i due articoli si parlano: la guida presenta la scelta del fondo come un passaggio quasi automatico, l’analisi sul mercato italiano ricorda che con più di duemila prodotti in listino quel passaggio automatico non lo è affatto.
Cosa non dice il numero «8% all’anno»
Il dato più ripetuto quando si parla di indici globali è il rendimento medio dell’MSCI World: circa l’8% annuo negli ultimi quarant’anni. È una cifra vera e va letta per quello che è, cioè una media calcolata a posteriori su un periodo che ha attraversato crisi, recessioni, guerre e bolle speculative.
Una media non è una rendita. Nessuno ha incassato l’8% ogni dodici mesi: quel numero è il risultato di anni molto positivi e di anni pesantemente negativi, e chi ha vissuto i secondi ha visto il proprio capitale scendere anche in misura importante. La statistica dei quindici anni citata sopra dice proprio questo: serve tempo perché la media emerga dal rumore.
Vale la pena aggiungere l’ovvio, che le guide tendono a dare per scontato: si tratta di soldi investiti in borsa, quindi esposti a perdite, comprese quelle definitive se si vende nel momento sbagliato. E il rendimento passato di un indice non stabilisce nulla su quello futuro. Le fonti descrivono un meccanismo storico, non un risultato garantito.
La riforma tedesca del 2027, come termine di paragone
Un passaggio della guida riguarda la Germania e in Italia non si applica, ma è interessante come metro di confronto. Il Bundesrat ha approvato una legge di riforma della previdenza integrativa che dal 1° gennaio 2027 sostituisce la vecchia pensione Riester con l’Altersvorsorgedepot: un conto previdenziale sostenuto dallo Stato che consente di investire direttamente in ETF.
Gli incentivi funzionano su due scaglioni. Sulla prima fascia, quella dei 360 euro versati in dodici mesi, il contributo pubblico vale mezzo euro per ciascun euro messo dal risparmiatore, con un tetto di 180 euro. Sulla seconda, i 1.440 euro successivi entro il limite complessivo di 1.800 euro annui, l’aggiunta scende a 25 centesimi e non supera i 360 euro. Chi versa 150 euro al mese riceve quindi 540 euro l’anno di contributo pubblico: nei fatti, sul conto ne arrivano 195 al mese invece di 150. A questo si sommano due bonus: 200 euro una tantum a chi apre il conto prima di aver compiuto 25 anni, e un massimo di 300 euro all’anno per ciascun figlio. Durante la fase di accumulo i guadagni non scontano l’imposta sulle plusvalenze, che viene rinviata al momento in cui si incassa.
Il paragone serve a misurare una distanza: mentre in Italia i versamenti in ETF avvengono senza alcuna aggiunta pubblica, il modello tedesco somma al meccanismo dell’interesse composto un contributo statale che parte dal 50% sulla prima fascia. È un fattore che nessun rendimento di mercato replica con quella certezza.
Il conto che resta
Riassumendo quello che le due fonti dicono davvero, senza le conclusioni che ciascuna tira per conto proprio: il tempo è la variabile che pesa di più, le commissioni sono l’unico elemento certo del calcolo, e il numero di prodotti disponibili rende la selezione meno banale di come viene presentata. Sono tre osservazioni sul funzionamento degli strumenti, non un suggerimento su come muoversi.
Sull’ultimo punto vale la pena ripetere una cosa che l’analisi sul mercato italiano mette bene a fuoco: perfino i gestori dei fondi tradizionali comprano ETF e li inseriscono dentro i propri prodotti, e alcune società di gestione delle reti bancarie hanno cominciato a quotarne di propri. Lo schema «ETF contro fondi» è più sfumato di quanto suoni, ed è la ragione per cui vale la pena guardarlo da vicino invece di sceglierne un lato in partenza.


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