Il 19 agosto 2026 Moderna e Merck hanno annunciato che il loro vaccino sperimentale contro il melanoma ha superato la prova decisiva, quella dello studio di fase 3. Nella stessa giornata il titolo Moderna ha quasi triplicato il proprio valore a Wall Street. La domanda che interessa chi guarda ai mercati, e non ai laboratori, è un’altra: quanti soldi può portare in cassa quel vaccino?
La risposta è che nel solo melanoma il prodotto vale, secondo gli analisti, qualche miliardo di dollari l’anno tra sette e nove anni da oggi. Metà dei quali nemmeno spetta a Moderna. È molto poco per giustificare un rialzo di quella portata: significa che gli investitori hanno comprato altro. Ne abbiamo ricostruito la dinamica di Borsa nell’articolo su come il vaccino contro il melanoma ha fatto volare il titolo Moderna; qui contano invece i conti.
Le due stime degli analisti non sono confrontabili
Subito dopo l’annuncio sono uscite le prime valutazioni delle banche d’affari. Per Barclays il prodotto, guardando al solo melanoma, potrebbe arrivare entro il 2035 a vendite vicine ai 3 miliardi di dollari l’anno. Leerink si è fermata a circa 1,4 miliardi entro il 2032. I numeri sono stati raccolti da Borsa e Finanza, che precisa come non si tratti di previsioni delle due aziende ma di stime esterne.
Vengono spesso citate insieme, come se una fosse il doppio dell’altra. In realtà non misurano la stessa cosa: tra i due traguardi ballano tre anni. Un farmaco oncologico nei primi anni di commercializzazione cresce, quindi confrontare un dato al 2032 con uno al 2035 è come confrontare lo stipendio di un trentenne con quello di un cinquantenne. La distanza vera tra le due banche è più piccola di quanto sembri; resta il fatto che nessuna delle due parla di decine di miliardi.
Metà di quei ricavi non finisce a Moderna
C’è un passaggio che negli entusiasmi si perde. Il vaccino, che si chiama Intismeran, non appartiene a Moderna da sola. La collaborazione con Merck risale al 2016, due anni prima della quotazione in Borsa dell’azienda biotech, e nel 2022 Merck ha deciso di esercitare l’opzione sul programma pagando 250 milioni di dollari.
Da quel momento le regole sono queste: i costi della ricerca si dividono, e allo stesso modo si divide ciò che arriverà dopo, utili o perdite, in parti uguali sui mercati di tutto il mondo. Tradotto in pratica: se lo scenario di Barclays si avverasse, a Moderna resterebbero circa 1,5 miliardi l’anno, non 3. Con la stima di Leerink si scende attorno ai 700 milioni. Sono cifre che pesano molto diversamente su un bilancio.
Per Merck il calcolo è opposto. Il suo immunoterapico Keytruda — il farmaco a cui il vaccino di Moderna va affiancato, e che da solo ha incassato con la sua variante Qlex circa 31,7 miliardi di dollari nel 2025 — è destinato a perdere la protezione del brevetto. Merck stessa aveva già avvisato il mercato che tra il 2028 e il 2029 le vendite americane di Keytruda potrebbero soffrire l’arrivo dei biosimilari, cioè delle copie legali che entrano in commercio quando l’esclusiva scade. Ecco il paradosso aritmetico: i 3 miliardi ipotizzati per il vaccino sono meno di un decimo di quanto Keytruda già fattura oggi, ma per Merck valgono soprattutto come pezzo dell’oncologia che verrà dopo.
Perché per Moderna quei numeri contano così tanto
Il motivo per cui una cifra modesta in assoluto può cambiare la vita a un’azienda sta nei conti attuali di Moderna, ed è qui che la reazione violenta della Borsa comincia ad avere una logica.
Nel 2025 i ricavi complessivi sono stati circa 1,9 miliardi di dollari, arrivati soprattutto dalla coda dei vaccini anti-Covid. Nel secondo trimestre del 2026 il fatturato è sceso a circa 100 milioni, e la perdita netta ha sfiorato gli 800 milioni: l’azienda ha bruciato in tre mesi otto volte quello che ha incassato. La cassa attesa a fine 2026 sta in una forbice che va da 4,7 a 5,2 miliardi, all’incirca sei volte la perdita di un trimestre come quello appena chiuso.
Messi accanto alle stime degli analisti, questi numeri spiegano la sproporzione. La quota di Moderna nello scenario più generoso — quel miliardo e mezzo — varrebbe da sola quasi l’ottanta per cento di tutto il giro d’affari del 2025. Non è un prodotto in più nel catalogo: è la prima entrata rilevante che non dipenda più dalla pandemia.
Quanti malati riguarda davvero
Il mercato di riferimento è più stretto di quanto facciano pensare i grandi numeri dell’epidemiologia. I casi di melanoma diagnosticati nel mondo nel 2022 sono stati oltre 330.000, secondo i dati riportati da Merck. Per il 2026 il National Cancer Institute, l’ente pubblico americano che si occupa di tumori, prevede sul territorio statunitense circa 112.000 nuove diagnosi e 8.510 morti.
Ma la sperimentazione riguarda una fetta di quelle persone: pazienti ad alto rischio ai quali il tumore è stato tolto del tutto con un intervento. Non tutti i malati, quindi, sarebbero candidati alla terapia. In compenso si tratta di oncologia specialistica, un ambito dove il valore economico di ogni singolo paziente può essere molto alto.
C’è poi un vincolo industriale che non esiste per i vaccini classici. Questo non è un preparato che previene la malattia in chi sta bene, né un prodotto identico per tutti: il tessuto asportato viene analizzato geneticamente, un algoritmo individua le mutazioni tipiche di quel tumore e da lì si costruisce un mRNA capace di codificare fino a 34 neoantigeni, cioè le impronte molecolari che il sistema immunitario deve imparare a riconoscere. Ogni malato richiede in sostanza una produzione dedicata. La scala non è quella di milioni di fiale uguali, e questo si riflette su costi e capacità produttiva.
Il numero che il mercato ha davvero comprato è nove
Se il melanoma vale qualche miliardo diviso a metà, il rialzo del 19 agosto non si spiega con il melanoma. Si spiega con il resto del programma, chiamato INTerpath, che oggi mette in fila nove sperimentazioni tra fase 2 e fase 3, su tumori e stadi di malattia diversi: tra questi il tumore del polmone nella forma non a piccole cellule, quello della vescica e quello del rene, più altri filoni esplorativi.
Il melanoma, in questa lettura, funziona come dimostrazione commerciale del metodo. Il procedimento è sempre lo stesso — leggere il tumore, scegliere i bersagli, fabbricare il vaccino su misura — e se regge anche altrove il perimetro economico cambia scala. È la ragione per cui gli investitori non hanno prezzato un farmaco, ma l’ipotesi di una piattaforma oncologica.
Le domande che restano senza risposta
Il traguardo di fase 3 ha tolto di mezzo il rischio più grosso, quello che il vaccino semplicemente non funzionasse. Diversi elementi però non si conoscono ancora.
- L’entità del beneficio. Le due aziende hanno comunicato di aver centrato gli obiettivi dello studio, ma non hanno ancora diffuso i dati completi che dicono di quanto il vaccino riduca le ricadute.
- La sopravvivenza complessiva. Ridurre le recidive e il rischio che il tumore si diffonda non equivale automaticamente a far vivere di più i pazienti: è una misura distinta.
- I tempi delle autorità. Il programma ha già ottenuto negli Stati Uniti la designazione di terapia innovativa (Breakthrough Therapy) e in Europa l’accesso al percorso PRIME dell’EMA: sono corsie che agevolano il dialogo con i regolatori, non un’approvazione.
- Prezzo, rimborsi e produzione. Quanto costerà la terapia, chi la pagherà e quante dosi personalizzate si riusciranno a produrre restano da definire.
È su quest’ultimo punto che si decide la differenza tra un risultato scientifico e un risultato di bilancio. Le stime da 1,4 o 3 miliardi presuppongono un prezzo, un rimborso e una capacità industriale che oggi nessuno ha ancora fissato: sono ipotesi costruite su un farmaco che non è in vendita. La Borsa, il 19 agosto, le ha comprate tutte insieme.


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