Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo

Le Sezioni Unite respingono i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia: gli altiforni di Taranto devono spegnersi. Cosa cambia per lavoratori e vendita.

Categorie:
Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all'area a caldo


Il 29 ottobre la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite civili, ha respinto i ricorsi di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria contro lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Resta quindi in vigore il decreto della Corte d’appello di Milano, che ha ordinato la fermata di cokerie, altiforni e acciaierie perché inquinanti e dannosi per la salute. Gli altiforni, finora in preriscaldo, dovranno spegnersi. La decisione pesa sui lavoratori del gruppo e sulla gara di vendita, con offerte vincolanti attese entro l’8 novembre.[1][2][3][4]

In breve

  • La Cassazione respinge i ricorsi e conferma il decreto di Milano sull’area a caldo
  • Amianto e polveri sottili alla base della decisione, con salute e lavoro non contrapposti
  • Gli altiforni vanno spenti: ai commissari spetta stabilire tempi e modalità
  • Pesano su occupazione e vendita: cassa integrazione, offerte entro l’8 novembre

Che cosa ha deciso la Cassazione?

Cominciamo dall’esito del giudizio, depositato oggi. La sentenza di 70 pagine chiude l’ultimo grado di giudizio sulla vicenda. Le Sezioni Unite hanno respinto i ricorsi che le società avevano presentato ad agosto contro il decreto della Corte d’appello di Milano, e così il provvedimento di stop all’area a caldo, quella formata da cokerie, altiforni e acciaierie, resta pienamente valido, come riportano Il Sole 24 Ore e ANSA.[1][3]

Il passaggio che più pesa riguarda il bilanciamento tra diritti. Secondo i giudici, il diritto alla salute e quello al lavoro non devono entrare in conflitto, perché a essere contrapposta è semmai l’iniziativa economica privata. Il lavoro che lo Stato deve promuovere, scrivono, è un lavoro salubre e sicuro. Per la Corte l’accertamento dei pericoli «gravi e rilevanti» regge, rispetta il principio di precauzione e non viola la proporzionalità, anche per il protrarsi della vicenda nel tempo.[2][3][4]

Su quali rischi si fonda lo stop?

Alla base del decreto milanese ci sono l’amianto presente negli altiforni e le polveri sottili, PM 2,5 e PM 10. La Cassazione ha rilevato che la Corte d’appello aveva giudicato i due motivi autonomi, ciascuno sufficiente da solo a sorreggere la decisione: una volta respinti quelli sull’amianto, l’esito sarebbe rimasto identico anche accogliendo le censure sulle polveri.[1]

I numeri citati dalla sentenza aiutano a dare la misura del problema. Come riporta Milano Finanza, nello stabilimento restano 2.140 tonnellate di amianto, la cui nocività è «indiscussa», nonostante le 6.780 tonnellate già smaltite. Nella popolazione di Taranto e Statte il mesotelioma, tumore legato all’amianto, è quattro volte più frequente dell’atteso. ANSA ricorda inoltre che la motivazione richiama la direttiva Ue 2024/2881, con parametri più severi sul particolato.[3][4]

Quando si spengono gli altiforni?

Sul piano pratico, il calendario è la prima domanda. Le scadenze erano legate proprio a questa pronuncia.[1][3][5]

Ora la parola passa a chi gestisce lo stabilimento. Con il deposito avvenuto il 29 ottobre, spetta ai commissari decidere i passaggi tecnici e i tempi dello spegnimento. Lo stop blocca anche i semilavorati destinati ai siti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, scrive QuiFinanza.[6][5]

Cosa cambia per lavoratori e vendita?

Restano le ricadute su chi lavora nel gruppo e su chi vuole comprarlo. Nei giorni scorsi Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per 8.622 unità su un organico di 9.626, come scrive Il Sole 24 Ore. Secondo il Corriere, i sindacati stimano 6 mila esuberi con la decarbonizzazione, perché i circa 7 mila dipendenti di Taranto scenderebbero a mille.[1][7]

Sul fronte industriale, il governo aveva già indicato la direzione. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ribadito ai sindacati l’impegno per forni elettrici e decarbonizzazione a Taranto. Per la vendita, le offerte vincolanti vanno presentate entro l’8 novembre dal gruppo indiano Jindal e dalla cordata guidata da Federacciai, che aveva già escluso interesse per gli altiforni, riporta Milano Finanza. Il governo ha anche avviato un confronto con Leonardo, Fincantieri, Ferrovie dello Stato e Rheinmetall Italia per valutare l’assorbimento del personale.[4][7][8]

In sintesi

Il quadro, a questo punto, si può riassumere in poche cifre. La Cassazione ha messo il sigillo finale sul decreto di Milano: l’area a caldo di Taranto deve fermarsi, e a decidere come toccherà ai commissari, che avevano margine fino al 15 dicembre 2026. Sul tavolo restano la richiesta di cassa integrazione per 8.622 lavoratori su 9.626 e i 6 mila esuberi stimati dai sindacati. Il prossimo appuntamento è l’8 novembre, quando scade il termine per le offerte vincolanti di acquisto.[1][3][4][7]

Fonti

  1. Il Sole 24 Ore: Ex Ilva, Cassazione rigetta i ricorsi delle società, resta ferma a Taranto l’area a caldo
  2. firstonline.info: L’ex Ilva di Taranto si ferma: la Cassazione rigetta tutti i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo. Ecco perché
  3. ANSA Economia: L'ex Ilva si ferma. Cassazione rigetta tutti i ricorsi. Verso lo stop dell'area a caldo
  4. Milano Finanza: Ex Ilva, finisce l’era dell’acciaio italiano: la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo
  5. ANSA Economia: Ex Ilva, verso spegnimento degli altiforni e stop dell'area a caldo
  6. QuiFinanza: Ex Ilva, la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo di Taranto: a rischio 10.000 posti
  7. Corriere Economia: Ilva, cosa succede adesso con 6 mila esuberi? L’acciaio prodotto con i forni elettrici, la nuova gara e il sostegno di Leonardo, Fs e Fincantieri
  8. Corriere Economia: Ex Ilva, da Fincantieri a Leonardo scatta il piano Mantovano per salvare l’occupazione tra stabilimento e indotto

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.