Il 18 agosto 2026 quattordici aziende siderurgiche italiane hanno messo la firma su due pagine di carta intestata Federacciai. Dentro c’è una manifestazione di interesse per gli stabilimenti dell’ex Ilva — cioè un documento con cui si dichiara di volersi sedere al tavolo, senza impegnarsi a comprare nulla. È scritto nero su bianco che è preliminare e non vincolante.
Non è il primo colpo di scena della vicenda Taranto. La differenza, stavolta, è che a farsi avanti non è un fondo estero ma quasi tutta la siderurgia privata italiana insieme. E che sullo stesso gesto le testate danno due letture che non si somigliano: per alcune è un’operazione di sistema, per il Corriere una mossa «poco industriale e molto politica». Conviene tenerle entrambe, perché da quale delle due si avvicina al vero dipende se a Taranto ripartirà qualcosa.
Cosa hanno chiesto davvero le 14 imprese
Il perimetro spiega quasi tutto il resto. La cordata guarda soltanto all’area a freddo: gli impianti che prendono l’acciaio già fatto e lo trasformano in prodotti finiti. Si tratta di quattro siti: a Taranto i treni di laminazione (laminare vuol dire schiacciare l’acciaio fra rulli fino a farne lamiera o nastro), a Cornigliano le zincature e le lavorazioni a freddo, a Novi Ligure altre laminazioni, a Racconigi la linea dei tubi.
Restano fuori gli altoforni, cioè l’area a caldo, dove il minerale di ferro diventa acciaio liquido: è la parte da cui sono nati i contenziosi ambientali. Secondo il Corriere è stata proprio l’uscita di scena del ciclo integrale a rendere possibile la discesa in campo degli italiani, perché senza altoforni cade gran parte del rischio legale. Al punto che lo scudo penale, su cui si era litigato per anni, potrebbe non servire più.
Le condizioni poste dai quattordici non sono finite nel documento. Fonti vicine al dossier le riassumono in due punti: che lo Stato entri nel capitale, con un veicolo che Palazzo Chigi sceglierà fra Cdp e Invitalia, e che l’energia arrivi a costi agevolati. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, le chiama «condizioni abilitanti» e ha avuto dalle imprese il mandato di verificare se esistono. Al telefono però si trincera dietro il riserbo, ora che — sono parole sue — la riservatezza «è d’obbligo».
Chi sono le quattordici, quanto pesano e perché sei di loro vengono tutte da Brescia lo abbiamo ricostruito in un approfondimento sui nomi della cordata.
Le due versioni dello stesso fatto
Qui le fonti si dividono, ed è il punto più interessante di tutta la vicenda.
Nella prima versione siamo davanti a un fronte comune degli acciaieri italiani: una novità rispetto alle fasi precedenti della crisi, con quattordici concorrenti che per una volta si presentano insieme. Paola Artioli, amministratrice delegata di Asonext, lo mette sul piano del dovere: «Partecipiamo per puro senso di responsabilità». Nella sua lettura contano la sicurezza nazionale, l’esperienza bresciana sulla decarbonizzazione e la tenuta dell’occupazione.
La seconda versione la firma il Corriere, con parole molto diverse: la mossa è «poco industriale e molto politica» e la discesa in campo delle sei bresciane «più spintanea che spontanea». La ricostruzione — attribuita a fonti giornalistiche, non un fatto accertato — è che Confindustria abbia chiamato a raccolta gli acciaieri dopo le pressioni dei ministri Tommaso Foti e Adolfo Urso, preoccupati di togliere il dossier pugliese da Palazzo Chigi prima delle elezioni politiche. La contropartita sarebbe l’appoggio del governo a Bruxelles su due partite che agli acciaieri interessano più di Taranto: la revisione dei regolamenti Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, e i limiti alle esportazioni di rottame fuori dall’Unione europea.
Nessuna delle due versioni è verificabile dall’esterno, e nessuna esclude l’altra: si può rispondere a una sollecitazione politica e credere davvero in quello che si firma. Ma un elemento del racconto del Corriere gli altri non lo smentiscono: per la parte a freddo, a oggi, un piano di rilancio strategico non esiste. Lo conferma indirettamente Giovanni Marinoni Martin, vicepresidente di Ori Martin, quando indica in Arvedi e Marcegaglia i due soli soggetti con un vantaggio diretto. Chi produce acciai lunghi anziché piani — e sono la maggioranza, le sei bresciane comprese — un ragionamento industriale proprio deve ancora costruirselo.
Il calendario che comanda su tutto
La data che decide i tempi di questa partita non l’hanno scelta né le imprese né il governo: l’ha fissata un tribunale. Il 27 luglio 2026 la corte d’appello di Milano ha ordinato lo stop dell’area a caldo entro novanta giorni, a meno che i rischi legati all’amianto non vengano rimossi del tutto e le polveri sottili non tornino entro i limiti fissati. Il conto porta al 28 ottobre. I commissari di Acciaierie d’Italia hanno fatto ricorso in Cassazione, ma finché non arriva una decisione il provvedimento resta.
Se gli altoforni si spengono, i laminatoi di Taranto restano senza materia prima: servono le bramme, i lingotti piatti di acciaio grezzo da laminare. Federacciai ha indicato una soluzione tampone: a partire dall’inizio di ottobre Marcegaglia sarebbe disposta a spedirne 200 mila tonnellate verso Taranto. La formula è quella del conto trasformazione: chi manda il materiale ne resta proprietario e paga soltanto la lavorazione.
Sui tempi lunghi la strada è un’altra: un forno elettrico a Taranto e un impianto per il preridotto (in inglese Dri), un semilavorato ricavato dal minerale di ferro che alimenta i forni elettrici. L’alternativa, il rottame, scarseggia e le acciaierie del Nord se lo contendono già. Sul preridotto la cordata conta su risorse pubbliche: in passato era stato mobilitato un miliardo, poi sceso a 800 milioni. Intanto il governo ha autorizzato altri 100,5 milioni di prestito per la continuità operativa.
Perché la scala dell’impianto è il vero nodo
C’è un raffronto che nessuna fonte mette in fila, ma che si ricava dai loro stessi numeri. Un’ex Ilva con un forno elettrico produrrebbe fra i 2,5 e i 3 milioni di tonnellate l’anno. La sola Marcegaglia Carbon Steel ne lavora ogni anno 4,5 milioni: il gigante che per decenni ha dominato la siderurgia italiana rinascerebbe più piccolo di uno dei suoi soci.
Il secondo forno elettrico non è escluso per ragioni di mercato ma di bilanci: sarebbe insostenibile sul piano finanziario, e dal gruppo filtra che nessuno intende giocarsi la propria azienda su Taranto. La conseguenza sull’occupazione è la cifra che le fonti portano fino in fondo: fermandosi a un forno elettrico i dipendenti passerebbero, all’incirca, dagli 8.000 attuali a 4.500. Sul fronte opposto ne pesa un’altra: l’ex Ilva perde oltre un milione di euro al giorno.
Cosa questo significhi per le persone che a Taranto ci lavorano, e perché i sindacati abbiano scelto di rivolgersi al Quirinale, lo abbiamo raccontato guardando ai numeri dell’occupazione e alla scadenza di fine ottobre.
Chi altro è in corsa
La cordata italiana non è sola. Resta in gara Jindal Steel: il gruppo indiano ha confermato l’interesse per l’intero perimetro, area a caldo compresa, e prevede un nuovo forno senza emissioni di carbonio. Dopo la pronuncia dei giudici ha rivisto quanto aveva messo sul tavolo e, stando al Mimit, è ancora dentro la procedura.
C’è poi il fondo statunitense Flacks, anch’esso sull’intero perimetro: una fonte vicina al dossier, riferita dal Corriere, annota però che non ha mai dato garanzie finanziarie.
La differenza fra le proposte non è di prezzo ma di natura: da una parte chi si prende tutto, altoforni e rischio ambientale inclusi, dall’altra chi separa gli impianti a freddo dal destino della produzione primaria di Taranto. Il testo firmato dai quattordici non sfiora nemmeno l’ipotesi di una collaborazione con gli indiani.
Cosa resta da decidere
Il passaggio successivo è l’apertura della data room, la stanza virtuale dove le quattordici aziende potranno leggere conti, condizioni degli impianti e situazione industriale reale. Serve a questo una manifestazione non vincolante: ad aprire la porta della due diligence, la verifica approfondita che si fa prima di comprare. Per Marinoni Martin è lì che sta tutta la sostanza, strascichi legali e commerciali compresi.
L’obiettivo indicato da Gozzi è chiudere entro la fine del 2026 per essere operativi nel 2027. Sul tavolo resta anche la richiesta che l’eredità legale, ambientale e sociale dell’area a caldo rimanga allo Stato: da chiarire con il governo, insieme alla gara ancora aperta con Flacks e Jindal.
Si torna così alle due letture di partenza. Se ha ragione chi parla di operazione di sistema, dalla data room uscirà un’offerta vincolante entro l’anno. Se ha ragione chi parla di mossa politica senza un piano industriale alle spalle, la manifestazione avrà comunque fatto il suo mestiere: guadagnare tempo. A dirimere non sarà una dichiarazione, ma una data e un documento — il 28 ottobre, e l’offerta che arriverà o non arriverà dopo.


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