Etna, quanto costa la chiusura dell’aeroporto di Catania

Nove giorni di stop a Fontanarossa, oltre 700 voli saltati, danni fino a 24 milioni: i numeri veri e che cosa spetta a chi è rimasto a terra.

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Il conto dell’emergenza Etna si legge in due modi, e i due modi non si incontrano quasi mai. Da una parte c’è il danno per il territorio: alberghi, ristoranti, negozi, noleggi. L’associazione dei commercianti Assoesercenti, in una prima valutazione a caldo, lo ha messo dentro una forbice larghissima: il minimo è 12,8 milioni di euro, il massimo 24. Alla riapertura dello scalo il conto è stato indicato intorno ai 20 milioni. Dall’altra parte c’è quello che spende chi era in partenza, e che nessuno ha ancora sommato. Se hai avuto un volo cancellato da Catania in quei giorni, la seconda cifra ti riguarda molto più della prima, e le regole europee dicono con precisione chi dovrebbe pagarla. Vediamo entrambe le cose, partendo dai numeri.

Nove giorni di caos: quanti voli sono saltati davvero

La scala dell’evento si capisce meglio guardando il calendario. L’aeroporto di Catania-Fontanarossa ha alternato chiusure e riaperture a partire dal 7 agosto 2026, con un blocco totale durato cinque giorni pieni. Gli aerei hanno ripreso a muoversi alle 14 ora locale, dopo che l’allerta vulcanica era scesa dal livello Red al livello Orange — cioè dal grado massimo a quello immediatamente sotto — e dopo la riapertura dei settori C1 e B3. Nel mezzo ci sono state tre proroghe dello stop, una dietro l’altra: prima le 16 del 13 agosto, poi la notte di Ferragosto, infine le 15 del 15 agosto.

Sui volumi, i dati diffusi da Sac (la società che gestisce sia Catania sia Comiso) riguardano la finestra dal 6 al 12 agosto: 1.974 collegamenti in programma, circa il 36% annullato, cioè poco più di settecento, e altri 630 aerei diretti a Catania fatti scendere altrove. Il database specializzato Cirium, usato dal Corriere per una stima parallela, guarda invece ai quattro giorni tra l’8 e l’11 agosto e conta 388 partenze cancellate: il 55% di quelle previste. Da quella percentuale si risale al totale, circa settecento decolli programmati in quattro giorni, e quindi al ritmo normale dello scalo in piena estate. Sugli arrivi la quota è più bassa, il 30%, con 212 aerei che non sono atterrati. Lo scarto ha una spiegazione semplice: un volo dirottato su Palermo risulta comunque effettuato, non cancellato.

Venti milioni divisi per centomila persone: circa 200 euro a testa

Qui arriva il conto che nessuna delle singole ricostruzioni fa. Le stime del Corriere, costruite incrociando i voli programmati secondo Cirium con quanto in media sono pieni gli aerei, parlano di oltre 100 mila persone con i piani di viaggio saltati nei soli primi quattro giorni. Se si mette quel numero accanto ai 20 milioni di euro indicati come danno complessivo, viene fuori un rapporto di circa duecento euro a testa.

Attenzione a come si legge quella cifra: è un termine di paragone, non un risarcimento che qualcuno riceverà. I 20 milioni sono infatti i soldi che il territorio non ha incassato — le notti d’albergo non vendute, le cene non servite, le auto non noleggiate — non quello che i viaggiatori hanno tirato fuori dal portafoglio. Sono due conti diversi che per caso si possono dividere l’uno per l’altro.

Quanto siano diversi lo dice un dato che ha raccolto Sky TG24: per il tragitto da Catania a Palermo, alcuni autisti abusivi sono arrivati a chiedere 700 euro a passeggero. Una sola tratta, per una sola persona, vale tre volte e mezza quella media di duecento euro. La speculazione sui trasferimenti in auto è nata dallo stesso squilibrio che ha reso fragile tutto il sistema: Comiso, pur essendo gestito dalla stessa società di Fontanarossa, è molto più piccolo: da solo il traffico catanese non riesce a reggerlo. Per questo l’emergenza ha coinvolto anche Palermo, Trapani e Lamezia Terme.

Volo cancellato per l’Etna: cosa spetta al passeggero (e cosa no)

Questa è la parte che interessa di più a chi si è trovato bloccato in aeroporto. La regola europea sui diritti dei passeggeri distingue in base al motivo per cui il volo salta, e un’eruzione vulcanica finisce nella casella delle cosiddette “circostanze eccezionali”: eventi che la compagnia aerea non poteva evitare.

La conseguenza pratica è una sola, ed è la delusione più frequente. In questi casi non è dovuta la compensazione pecuniaria, cioè quella somma fissa (i famosi indennizzi che scattano quando la colpa è della compagnia) che si riceve a prescindere da quanto si è speso. Qui non c’è, perché nessuno ha sbagliato: c’era un vulcano in eruzione.

Restano invece in piedi due cose, e non sono poco. La prima è il rimborso del biglietto per chi rinuncia a partire. La seconda è l’assistenza gratuita, che non viene meno nemmeno davanti a una calamità naturale. Le voci sono elencate: pasti e bevande proporzionati all’attesa, l’albergo quando serve passare la notte, il trasporto fra aeroporto e albergo, la possibilità di fare qualche telefonata o mandare email.

C’è poi il capitolo che in un’emergenza fatta di dirottamenti pesa più di tutti. Se l’aereo atterra in uno scalo diverso da quello scritto sul biglietto, organizzare e pagare il viaggio fino alla destinazione originaria tocca alla compagnia aerea, non al passeggero. E quando quel trasferimento non arriva e uno si arrangia da solo — treno, bus, taxi — la spesa può essere girata alla compagnia, purché sia necessaria, ragionevole e documentata. È l’ultimo aggettivo a fare la differenza: senza ricevuta, quella spesa non esiste per nessuno. Chi ha pagato 700 euro un passaggio abusivo, senza scontrino, difficilmente rientra in quella definizione. Come funzionano nel dettaglio rimborsi e assistenza lo abbiamo raccontato nell’articolo dedicato ai diritti dei passeggeri con i voli cancellati per l’Etna.

Chi decide che cosa, però, non è sempre chiaro a chi aspetta al gate. Sac lo ha ripetuto più volte rispondendo alle proteste: «Spetta in via esclusiva alle singole compagnie aeree definire la gestione dei propri voli». Tradotto: la società dell’aeroporto stabilisce se lo scalo può funzionare, la compagnia aerea decide del tuo volo e della tua assistenza. Sono due interlocutori distinti, ed è il motivo per cui nei giorni di picco centinaia di persone sono rimaste dentro l’aerostazione senza nessuno a cui rivolgersi: al 14 agosto risultavano ancora circa trecento in attesa di essere trasferite.

Quaranta mila passeggeri al giorno che non sono passati

Un ultimo numero aiuta a capire quanto ci perde il territorio. In questo periodo dell’anno Fontanarossa muove circa 40 mila passeggeri al giorno: i cinque giorni di blocco continuativo valgono quindi duecentomila passaggi saltati, e proprio nella settimana più affollata del calendario turistico siciliano.

Non sono tutti viaggiatori persi, perché una parte si è spostata sugli altri aeroporti dell’isola. Ma il travaso non è indolore: allunga i tempi di viaggio, sposta la spesa dai servizi dell’aeroporto ai trasporti su strada e riduce le notti effettivamente vendute negli alberghi della zona etnea, che sono quelli vicini a Catania e non a Palermo.

È lo stesso squilibrio che ha riportato a galla due vecchie discussioni. I sindacati Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti Sicilia e Ugl TA hanno attribuito la fragilità dello scalo a scelte fatte negli anni su investimenti e personale, e hanno chiesto due cose: più addetti e collegamenti via terra che tengano insieme gli aeroporti siciliani. Da un altro fronte, Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, ha rilanciato l’idea di spostare l’aeroporto altrove — un’ipotesi già avanzata nel 1999 — con una battuta che ribalta il problema: «A Catania è fuori posto l’aeroporto, non il vulcano».

Che cosa non sappiamo ancora

La stima dei danni è provvisoria per come è fatta, e la forbice di Assoesercenti lo dice apertamente: fra il minimo e il massimo c’è quasi il doppio. Per capire dove si collochi davvero servirà la conta fatta a bocce ferme da alberghi, ristoranti e noleggi, quando avranno chiuso i conti di agosto.

Sul vulcano, l’Ingv ha registrato lava che continua a uscire dalla bocca a quota 1.900 metri, attività esplosiva dal cratere Voragine e una nuova bocca aperta a circa 2.090 metri nella Valle del Bove; dal 14 agosto è vietato fermarsi entro 200 metri dal fronte della colata. Alla riapertura dello scalo il direttore del Dipartimento Vulcani dell’Ingv, Stefano Branca, ha segnalato che non c’era più cenere in atmosfera, ma nessuna delle fonti disponibili indica quando l’eruzione finirà. Ed è proprio per questo che la voce di spesa più difficile da chiudere resta quella di cui non parla nessuna stima: i soldi che i viaggiatori hanno anticipato di tasca propria.


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