Nel calcio europeo entrano ogni anno più di 38 miliardi di euro. È la cifra che il Boston Consulting Group attribuisce al mercato del continente nello studio The Three Forces Reshaping the Beautiful Game, ripreso il mese scorso da diverse testate finanziarie italiane. Il punto interessante, per chi guarda i conti e non la classifica, è un altro: con tutti quei soldi in circolazione, appena la metà circa dei club che giocano nelle prime divisioni europee chiude l’esercizio in guadagno.
Detto in modo diretto: il pallone fattura come una grande industria e ha i margini di un settore in difficoltà. Se paghi un abbonamento per vedere le partite o segui una squadra di provincia che ogni estate vende il suo giocatore migliore, questa è la spiegazione economica di quello che vedi. E la ragione non è che i ricavi siano pochi, ma come sono distribuiti e quanto in fretta escono di nuovo dalla porta.
Venti squadre si prendono quasi un terzo di tutto
La prima delle tre forze descritte dallo studio riguarda dove il denaro si ferma. Le venti società europee che fatturano di più mettono insieme oltre 11 miliardi di euro: più della metà dell’incasso complessivo dei cinque campionati principali, e — facendo il rapporto con il totale continentale — quasi un terzo dell’intera industria del calcio europeo. Una concentrazione che, osserva il gruppo di consulenza, non era mai stata così alta.
A spingerla sono soprattutto i diritti televisivi venduti fuori dai confini nazionali. L’esempio più netto lo cita Wall Street Italia: quello che la Premier League incassa dall’estero nel 2010 si fermava attorno ai 500 milioni di sterline, mentre oggi supera i 2,2 miliardi. Più che quadruplicato in quindici anni. Oggi quella voce da sola vale più dei diritti che la stessa lega inglese vende in patria, e più di quanto incassano all’estero tutti gli altri grandi campionati messi insieme.
Il meccanismo poi si avvita su se stesso. Chi incassa di più compra i giocatori che il pubblico straniero vuole vedere, e proprio per questo vende meglio la partita successiva all’estero. Anche la Champions League ha guadagnato terreno con la stessa logica: la sua quota dei diritti internazionali, misurata sul giro d’affari delle cinque grandi leghe nazionali, nella stagione 2016-17 si fermava attorno al 15%, in quella 2025-26 sfiora il 20%.
Incassare di più non vuol dire guadagnare
Qui arriva la parte che i numeri di fatturato nascondono. Gli stipendi si mangiano una fetta che negli anni non si è ridotta: fra 2020 e 2022, nelle cinque leghe maggiori d’Europa, il monte ingaggi ha assorbito intorno al 64% dei ricavi. Nei principali campionati professionistici nordamericani, dove esiste un salary cap — cioè un tetto fissato per legge interna alla lega su quanto ogni squadra può spendere in stipendi — la stessa quota si ferma intorno al 50%. Quattordici punti di differenza su ogni euro incassato.
Se ai salari si sommano gli acquisti, il quadro si fa più stretto. Nella stagione 2022-23 il conto dei club di Premier League per i calciatori è arrivato a 5,7 miliardi di sterline circa, quasi il 90% di quanto l’intero campionato aveva incassato; per otto squadre su venti il costo della rosa ha superato i ricavi.
E c’è un rischio che non esiste nello sport americano: la retrocessione. Una squadra che scende dalla Premier League alla Championship, la serie inferiore inglese, si vede sparire oltre due terzi del fatturato annuo nel giro di una stagione, mentre stadio, contratti e struttura restano quelli costruiti sui ricavi della massima serie. Non è un calo di ricavi, è il crollo del modello di business da un anno all’altro.
Il tetto Uefa è più stretto di quanto sembri
La risposta delle autorità del calcio è una soglia di spesa. L’Uefa ha fissato al 70% dei ricavi il limite di quanto un club può destinare a stipendi, trasferimenti e commissioni agli agenti. Formalmente vale solo per chi partecipa alle coppe europee, ma — annota FinanzaOnline — molte società lo usano comunque come riferimento, perché puntano a qualificarsi.
Vale la pena mettere in fila le due percentuali, cosa che le fonti non fanno: il 64% misurato fino al 2022 riguarda i soli stipendi, mentre il 70% comprende anche il mercato e i procuratori. Lo spazio che resta per comprare giocatori, dentro quel tetto, è quindi molto più sottile della differenza fra i due numeri.
Sta cambiando anche chi possiede le squadre. I gruppi che ne controllano più di una in mercati diversi arrivano ormai a circa 400 società nel mondo, un assetto che apre domande sulla reale indipendenza dei club che si affrontano in campo. E torna periodicamente l’ipotesi del campionato chiuso, senza promozioni né retrocessioni, come nelle leghe nordamericane: dà ricavi prevedibili e piace agli investitori, ma cancella l’idea che il posto nelle competizioni maggiori si conquisti giocando. È esattamente lo scoglio su cui si è arenata la Superlega europea.
Il limite vero non sono i soldi, sono le partite
La terza forza individuata dallo studio è il calendario, e riguarda una risorsa che non si può aumentare: il corpo dei calciatori. Champions League allargata, nascita della Conference League, Mondiale per club a 32 squadre, Coppa del Mondo allargata da 32 nazionali a 48. Ogni aggiunta ha una logica commerciale evidente, perché ogni partita in più è pubblico in più da vendere.
Il problema è che sopra una certa quantità di gare il prodotto si rovina da solo. Maheta Molango, ex giocatore e oggi amministratore delegato del sindacato inglese dei calciatori (la Professional Footballers’ Association), indica in 50-60 incontri stagionali il punto oltre cui infortuni e stanchezza diventano più probabili. Molti titolari delle squadre di vertice, sommando club e nazionale, quella soglia l’hanno già superata.
Fuori dall’Europa il baricentro si muove
In cima alla graduatoria mondiale dei club per valore, ricorda Borsa e Finanza, i primi quindici nomi restano europei. Ma più in basso la classifica si sta spostando. L’Arabia Saudita, in una sessione di mercato soltanto, ha speso quasi un miliardo di dollari. Negli Stati Uniti la Major League Soccer viaggia sopra i 21.000 spettatori di media a partita e ha portato 19 delle sue squadre fra le 50 più valutate del pianeta.
Cresce anche il calcio femminile: i suoi ricavi annui hanno raggiunto quota 800 milioni di dollari circa. Il Mondiale del 2023 ha raccolto circa 2 miliardi di spettatori nel mondo e nel 2026 Sportico ha stimato in 2,6 miliardi di dollari il valore complessivo delle 14 franchigie della National Women’s Soccer League, con una media salita di circa il 180% rispetto al 2023. Restano cifre piccole accanto ai miliardi europei, ma sono le uniche che stanno crescendo a quel ritmo.
Quattro strade possibili, nessuna già scritta
Se nulla cambia, avverte lo studio, il calcio diventerà «più grande, più ricco e più globale», e insieme più affollato e più diseguale. Il rapporto indica però quattro possibili punti di svolta, che le testate riprendono in modo concorde.
- Le regole sui costi funzionano e i bilanci si risanano, ma l’élite si stacca ancora di più dal resto.
- I campionati minori mettono insieme diritti e calendari per pesare di più al tavolo delle trattative.
- I calciatori ottengono un limite al numero di partite, e le competizioni più recenti vanno riscritte.
- Nasce accanto al calcio tradizionale un formato più corto pensato per lo streaming, sulla scia di Kings League e Baller League.
Nessuno dei quattro è una previsione: sono ipotesi che dipendono da cosa decideranno leghe, federazioni, proprietà e giocatori. Ma tutte e quattro rispondono alla stessa domanda di partenza, quella con cui abbiamo aperto: non quanto vale il calcio europeo, che ormai si sa, bensì chi si tiene quel valore e quanto ne resta a tutti gli altri.


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