Debito Usa a 40mila miliardi di dollari: perché è un problema

Il debito federale americano ha sfondato i 40mila miliardi con due anni di anticipo sulle stime ufficiali: perché adesso costa e cosa c’entra con i tassi.

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Debito Usa a 40mila miliardi di dollari: perché è un problema


Il contatore del debito federale americano ha superato i 40mila miliardi di dollari: 40.047 stando alle rilevazioni del Tesoro americano, riprese a metà agosto 2026 da Key4biz. È una cifra così grande da diventare astratta, e proprio per questo viene raccontata male. Non esiste una soglia oltre la quale scatta automaticamente il disastro: gli Stati Uniti si indebitano nella moneta che stampano loro, e il mercato dei loro titoli di Stato resta il più grande e il più scambiato del pianeta.

Il vero fatto nuovo è un altro, ed è quello che tiene insieme le cronache di questi giorni: il debito americano è entrato nella fase in cui costa davvero. Per oltre dieci anni Washington ha potuto accumularlo quasi gratis. Adesso ogni titolo in scadenza va rifinanziato ai tassi di oggi, la bolletta degli interessi gonfia il deficit e il deficit richiede altro debito. Un circuito che si alimenta da solo. E che tocca anche chi vive in Italia, perché i titoli americani sono il metro su cui il mondo prezza tutti gli altri debiti pubblici: da quando è cominciata la guerra all’Iran, i rendimenti decennali italiani sono cresciuti di quasi un punto percentuale.

Qui sotto proviamo a smontare il numero pezzo per pezzo: che cosa contiene, perché è arrivato con due anni di anticipo sulle previsioni ufficiali, quanto pesa rispetto ai record del passato e dove va a finire, tutto questo, nel costo del denaro che paghiamo anche noi.

Che cosa c’è dentro i 40mila miliardi

La prima cosa da chiarire è che di numeri ne circolano due, molto lontani fra loro, e servono a misurare cose diverse.

I 40mila miliardi sono il debito lordo: comprende anche i titoli che un pezzo dello Stato americano ha in pancia e che deve a un altro pezzo dello stesso Stato, per esempio i fondi previdenziali pubblici. È il totale contabile. Il Corriere della Sera segnala che questa voce, dodici mesi fa, si fermava a 37mila miliardi: tremila in più in un anno, il ritmo più veloce mai visto fuori dagli anni della pandemia. Spalmato sul calendario fa quasi 7,9 miliardi al giorno, cioè oltre 90mila dollari ogni secondo che passa.

Poi c’è la misura che interessa ai mercati, il debt held by the public: soltanto i titoli finiti nelle mani di qualcuno che li ha comprati sul serio, cioè fondi, banche, risparmiatori, investitori esteri e la stessa Federal Reserve. Quella montagna supera oggi i 32mila miliardi ed equivale grosso modo a tutto quello che l’economia statunitense produce in un anno. Secondo il Congressional Budget Office — l’ufficio studi indipendente del Congresso, l’equivalente americano di un arbitro dei conti pubblici — siamo intorno al 101% del Pil nel 2026.

La differenza fra le due misure spiega perché sullo stesso Paese si leggono percentuali che sembrano incompatibili: il rapporto fra debito lordo e Pil viaggiava intorno al 124% già nel 2025, mentre la quota in mano al mercato ne vale una ventina di punti in meno. Nessuno dei due numeri è sbagliato. Il primo dice quanto pesa l’intera impalcatura, il secondo quanto ne dipende dalla fiducia di chi compra.

Per capire la velocità della corsa basta guardare indietro. All’inizio del secolo il debito lordo stava sotto i 6mila miliardi. Alla fine del 2008 sfiorava i 10mila. Da allora si è moltiplicato per quattro, e negli ultimi dieci anni è semplicemente raddoppiato. Nel bilancio federale gli interessi sono ormai la terza voce di spesa, dietro soltanto a sanità e previdenza.

Il Tesoro ha provato a calmare i mercati, ha tenuto mezza seduta

La scena più istruttiva delle ultime settimane è il tentativo del segretario al Tesoro Scott Bessent di far scendere i rendimenti, cioè l’interesse che lo Stato deve promettere a chi gli presta i soldi.

Il mercoledì Bessent ha annunciato che il Tesoro raddoppierà i riacquisti di titoli con scadenza fra dieci e trent’anni, portandoli intorno agli 8 miliardi di dollari. Riacquistare significa ricomprare sul mercato titoli già emessi, per sostenerne il prezzo: quando il prezzo di un’obbligazione sale, il rendimento scende, ed è esattamente il risultato che l’amministrazione cercava. Il decennale viaggiava al 4,7% quando l’annuncio è arrivato. Ha reagito, è sceso, e ci è rimasto per poco più di mezza giornata di contrattazioni: il 20 agosto era già di nuovo sopra il 4,7%, con il trentennale a un soffio dalla soglia che aveva fatto scattare l’intervento.

Perché non ha funzionato lo dicono le proporzioni, e vale la pena farle a mano. I quattro miliardi aggiuntivi di riacquisti valgono lo 0,01% di una massa di debito da 40mila miliardi. Ma c’è un raffronto ancora più brutale, che nasce incrociando i due dati visti sopra: l’intero programma potenziato di Bessent, 8 miliardi, copre all’incirca quanto debito nuovo gli Stati Uniti emettono in una singola giornata (7,9 miliardi in media nell’ultimo anno). Non è una manovra, è un gesto.

C’è poi un effetto collaterale che gli operatori hanno capito subito. Dichiarando pubblicamente a quale livello si sarebbe messa di traverso, l’amministrazione ha di fatto comunicato al mercato dove passa la propria linea di difesa. Il giorno dopo Bessent ha aggiunto che i nuovi riacquisti potrebbero andare oltre i quattro miliardi. Il segnale complessivo, però, è che le quotazioni dei titoli americani sono diventate ballerine e bisognose di sostegno pubblico: una condizione che stona parecchio con la reputazione di bene rifugio per definizione su cui i Treasury hanno campato per decenni.

Non è l’unico segnale di nervosismo. Sempre secondo il Corriere della Sera, poche settimane prima il Tesoro americano aveva venduto euro per comprare yen — senza avvisare le autorità europee — nel timore che il Giappone si liberasse di altri titoli statunitensi.

Perché ora il debito costa: il meccanismo che si morde la coda

Il debito americano è cresciuto per anni senza fare troppo rumore, e c’era una ragione tecnica: i tassi erano quasi a zero. Rifinanziare un titolo in scadenza costava pochissimo, quindi la montagna poteva pure allargarsi.

Quella stagione è finita. I titoli emessi nell’epoca del denaro gratis arrivano a scadenza uno dopo l’altro e vanno rinnovati alle condizioni attuali, che sono molto più care. Ogni rinnovo alza il tasso medio pagato dal governo. Da lì parte la spirale, e conviene leggerla lentamente perché è il cuore di tutta la faccenda: più debito produce più interessi; gli interessi allargano il deficit; un deficit più largo si copre emettendo altro debito. E si ricomincia.

Le cifre di questo passaggio sono impressionanti. Le sole cedole sui titoli americani si mangiano già 1.300 miliardi di dollari l’anno, una somma pari al 42% di tutto quello che il fisco incassa da imprese e lavoro, e vicina all’intero nuovo bilancio della difesa. Non è un modo di dire: nei conti federali la voce interessi ha ormai scavalcato quella militare.

Mettiamo accanto due numeri che nelle fonti stanno in articoli diversi. Il CBO stima per il 2026 un disavanzo federale di 1.900 miliardi, il 5,8% del Pil. Gli interessi ne valgono 1.300. Vuol dire che circa due terzi del buco annuale servono soltanto a onorare il debito già contratto, non a costruire strade, finanziare ricerca, pagare pensioni o tagliare tasse. È questo il costo reale della soglia superata: non un crac improvviso, ma una fetta crescente del bilancio che smette di essere disponibile per qualunque altra cosa.

Il mercato, dal canto suo, non sta scappando. Sta semplicemente alzando il prezzo. L’ultima asta a trent’anni si è chiusa al prezzo più caro dal 2001 per chi emetteva, cioè per lo Stato; sul decennale i rendimenti hanno toccato quota massima dal 2007. Detto altrimenti: gli investitori comprano ancora, ma pretendono di essere pagati meglio per digerire emissioni sempre più grosse. Su una massa che si conta a decine di migliaia di miliardi, però, basta un rincaro modesto del costo medio perché il conto finale valga, anno dopo anno, altre centinaia di miliardi da mettere a bilancio.

La soglia è arrivata con due anni di anticipo

C’è un dettaglio che dice quanto il meccanismo abbia accelerato rispetto a quello che gli stessi conti ufficiali si aspettavano. Nel maggio 2023 il Congressional Budget Office collocava il superamento dei 40mila miliardi nel 2028. Ci siamo arrivati nel 2026: due anni prima. E il ritmo recente non lascia molto spazio all’interpretazione benevola, visto che negli ultimi cinque mesi il contatore si è mosso di mille miliardi tondi.

Le ragioni dell’accelerazione, nella ricostruzione di Key4biz, sono soprattutto tre, e nessuna delle tre è una sorpresa contabile.

  • La guerra con l’Iran. Ha spinto verso l’alto la spesa militare ed è una delle voci che lo stesso Bessent, intervistato da Newsmax, ha indicato per spiegare perché quest’anno il deficit stia andando nella direzione opposta a quella promessa.
  • I dazi bocciati dalla Corte Suprema. Le entrate doganali dovevano essere una gamba del riequilibrio dei conti. La Corte ha stabilito che una parte di quei dazi era illegittima, e il governo si è ritrovato a restituire alle imprese che li avevano versati oltre 160 miliardi di dollari. Le ricadute della politica commerciale americana, del resto, non si fermano ai confini statunitensi: si vedono anche su chi lavora nelle filiere esportatrici, come abbiamo raccontato parlando degli effetti dei dazi statunitensi sull’occupazione in Italia.
  • I tagli alle tasse. Il pacchetto fiscale del 2025, l’One Big Beautiful Bill Act, ha allungato nel tempo e allargato tutta una serie di sconti d’imposta. Secondo le stime del CBO il provvedimento allarga il disavanzo di circa 4.100 miliardi fra il 2025 e il 2034, e in quel totale ci sono già 718 miliardi di soli maggiori interessi.

A queste si aggiunge il capitolo dei risparmi mancati, che merita un raffronto tutto suo. Il Department of Government Efficiency, il Doge, all’inizio guidato da Elon Musk, si era dato l’obiettivo di sfoltire la spesa federale di mille miliardi. Ne rivendica poco più di 200, e il Government Accountability Office — la Corte dei conti americana, in sostanza — ha fatto sapere questo mese che quella stima non è né abbastanza affidabile né abbastanza trasparente. Basta accostare le due cifre per vedere il problema: i 160 miliardi restituiti sui dazi bruciano da soli qualcosa come quattro quinti dei risparmi che il Doge dichiara di aver ottenuto. E quei risparmi, a loro volta, sono un quinto di quanto era stato annunciato.

Nel frattempo il rosso accumulato dall’inizio dell’esercizio finanziario attualmente aperto — chiude il 30 settembre — tocca quota 1.800 miliardi in dieci mesi. Il New York Times, sempre citato da Key4biz, calcola che nel solo 2026 gli Stati Uniti siano avviati a contrarre oltre 2.000 miliardi di debito nuovo.

La distanza fra le promesse e i conti

La contraddizione politica è talmente marcata da essere quasi didattica. Bessent aveva fissato un traguardo preciso: portare il deficit al 3% del prodotto interno lordo entro il 2028, partendo da oltre il 6% ereditato all’insediamento. La traiettoria reale racconta una discesa lentissima: 6,3% nel 2024, 5,9% nel 2025, un 5,8% previsto per quest’anno. Dopo tre esercizi, insomma, il disavanzo resta quasi il doppio dell’obiettivo dichiarato.

Il motivo per cui i tagli non si vedono è aritmetico più che ideologico: da una parte si è sforbiciato in alcuni comparti, dall’altra si sono approvate misure che tolgono gettito o aggiungono spesa. Il Corriere della Sera ricorda che le riduzioni fiscali decise nei due mandati di Donald Trump valgono per l’erario 6mila miliardi di dollari nell’arco di un decennio, e che alla lista si è aggiunta la richiesta presidenziale di portare la spesa militare annua a 1.500 miliardi. Quanto alle promesse di lungo corso, Key4biz ricorda che nel 2016 il candidato Trump prometteva di azzerare il debito federale in otto anni: da allora è raddoppiato.

Sarebbe però una lettura parziale attribuire tutto a un solo inquilino della Casa Bianca. Sui conti americani hanno lasciato il segno, in ordine sparso, i tagli fiscali dei primi anni Duemila, la recessione del 2007-2009 con i suoi programmi di stimolo, gli interventi giganteschi contro il Covid decisi prima da Trump e poi da Joe Biden, e i due grandi pacchetti di sgravi targati Trump: il Tax Cuts and Jobs Act nel 2017 e l’One Big Beautiful Bill Act nel 2025. Democratici e repubblicani, in fasi diverse, hanno rinviato l’unico confronto che sposterebbe davvero gli equilibri: quello sui grandi capitoli strutturali del bilancio, cioè previdenza, sanità, difesa e sistema fiscale. Finché il denaro costava zero, rimandare era indolore. Adesso il rinvio ha un prezzo che si vede nella riga degli interessi.

Quanto pesa rispetto ai record del passato

Il paragone storico è la parte che aiuta di più a dimensionare la cosa, e va fatto sulla misura giusta, cioè sul debito in mano al mercato rapportato al Pil.

Il primato americano di sempre è il 106% toccato subito dopo la Seconda guerra mondiale. Le proiezioni del CBO indicano che quel livello verrà superato nel corso del prossimo decennio, con un rapporto atteso al 120% nel 2036. La differenza sta tutta nel contesto: nel 1946 Washington usciva dal più grande sforzo bellico della sua storia, e quel debito era il conto di una mobilitazione totale. Stavolta ci si arriva senza una guerra mondiale alle spalle e senza una depressione economica in corso.

Il confronto sul quarto di secolo è altrettanto eloquente. Nel 2001 il rapporto fra debito lordo e Pil stava intorno al 55%; nel 2025 è oltre il doppio, al 124%.

C’è però anche una lettura meno cupa, e sarebbe scorretto ometterla. Dalla fine del 2008 a oggi il debito americano si è quadruplicato, ma è anche il periodo in cui la crescita statunitense ha preso il largo rispetto a quella europea. Le due traiettorie non si sovrappongono in modo meccanico e nessuno può dire quanto della prima spieghi la seconda. Restano però due strategie visibilmente diverse: gli Stati Uniti hanno usato deficit e debito con larghezza per tenere in moto l’economia, mentre l’Eurozona, dopo la crisi dei debiti sovrani, ha scelto la strada del consolidamento dei conti. Una parte di quei 40mila miliardi, insomma, è servita a comprare crescita.

Il che rende la domanda successiva ancora più scomoda: se oggi, senza recessione in corso, il disavanzo viaggia intorno al 6% del Pil, quanto margine resterà quando arriverà la prossima crisi vera?

Che cosa c’entra tutto questo con i tassi che paghiamo in Europa

Chi legge da qui potrebbe archiviare la faccenda come un problema di Washington. Non lo è, e la catena di trasmissione è piuttosto diretta.

Il titolo di Stato americano è il riferimento su cui si misura il costo del debito di quasi tutti i Paesi del mondo: quando sale il suo rendimento, tende a salire anche quello che devono offrire gli altri emittenti per restare competitivi. Il Corriere della Sera indica un effetto già misurabile: da quando è cominciato il conflitto con l’Iran, il decennale italiano ha guadagnato quasi un punto percentuale di rendimento. Un punto in più sul decennale non è un dettaglio da sala operativa: è il livello attorno a cui si formano, con tempi e passaggi diversi, i tassi dei mutui e del credito alle imprese.

Dentro gli Stati Uniti l’effetto è già arrivato ai portafogli. Il rendimento del trentennale ha toccato in questi giorni il valore più alto degli ultimi quasi vent’anni, e questo si traduce in finanziamenti più cari per famiglie e aziende che stanno già facendo i conti con l’inflazione.

Sullo sfondo c’è un altro tema, e riguarda chi decide i tassi. La nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve, dopo gli attacchi presidenziali all’indipendenza della banca centrale, ha prodotto secondo il Corriere della Sera un effetto opposto a quello sperato: il suo rifiuto di spiegare come intende combattere l’inflazione ha fatto salire ulteriormente il costo del debito sulle scadenze lunghe. È il paradosso di fondo di tutta questa vicenda: piegare la politica monetaria alle esigenze del bilancio pubblico, invece di rendere il debito più leggero, tende a farlo pagare di più.

Dove porta la traiettoria, se nessuno la cambia

Le proiezioni non sono profezie, sono l’esito aritmetico delle regole in vigore oggi. Vale la pena riportarle come tali.

Il CBO non si aspetta un aggiustamento spontaneo: con una popolazione che invecchia, pensioni e sanità pubblica — Social Security e Medicare — sono destinate a costare di più, e in parallelo la fetta di bilancio assorbita dagli interessi continua ad allargarsi. Da qui la proiezione per il 2036: deficit annuo a 3.100 miliardi, pari al 6,7% del Pil, e debito in mano al mercato al 120% del prodotto.

Sul fronte del debito lordo, Michael Peterson, amministratore delegato della Peter G. Peterson Foundation — la fondazione americana che monitora i conti pubblici — ha stimato in un intervento ripreso dalla Cnn che, restando su questo binario, si arriverà a 50mila miliardi nel giro di sei anni, dopo essere partiti da 20mila meno di dieci anni fa. Il suo giudizio è netto: «Stiamo davvero mettendo a rischio la nostra economia e il futuro del nostro Paese». Messa in fila, quella sequenza descrive un debito che in circa sedici anni si moltiplica per due volte e mezzo.

Sul lato opposto della bilancia resta il privilegio americano, un vantaggio che nessuno degli altri grandi debitori ha in dose paragonabile: al mondo servono dollari e titoli del Tesoro statunitense, e questo consente agli Stati Uniti livelli di indebitamento che schiaccerebbero chiunque altro. Un’economia che emette la valuta di riserva globale non fa la fine di un Paese emergente a corto di divisa estera.

Ma quel privilegio non è gratis, ed è qui che si chiude il cerchio aperto all’inizio. Non serve che qualcuno smetta di comprare debito americano perché il problema diventi concreto. Basta che, davanti a emissioni sempre più voluminose e a una politica di bilancio che non mostra una svolta credibile, chi compra chieda qualcosa in più per continuare a farlo. Il tentativo di Bessent, evaporato in mezza seduta, ha mostrato quanto sia difficile intervenire dall’alto su questo prezzo: 8 miliardi di riacquisti valgono un giorno di emissioni, mentre la spirale fra debito, interessi e disavanzo continua a girare al ritmo di quasi 8 miliardi al giorno.

Non è il crac che le cifre tonde suggeriscono. È qualcosa di più lento e, a modo suo, più insidioso: un bilancio pubblico in cui la quota destinata a pagare il passato cresce anno dopo anno, e quella disponibile per il futuro si assottiglia.


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