Ex Ilva: i lavoratori e la scadenza del 28 ottobre

Ottomila dipendenti, 1.500 di Ilva in As e oltre 2.500 dell’indotto: cosa dicono davvero i numeri dell’ex Ilva e la scadenza del 28 ottobre.

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Ex Ilva: i lavoratori e la scadenza del 28 ottobre


Quando si parla di ex Ilva la cifra che circola è sempre la stessa: ottomila persone. È corretta, ma è solo una delle tre che i sindacati mettono in fila nella lettera con cui, il 20 agosto 2026, si sono rivolti al presidente della Repubblica.

Accanto ai circa 8 mila dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria — la procedura con cui un’impresa in crisi resta in attività sotto la gestione di commissari nominati dal governo, invece di essere liquidata — ci sono 1.500 lavoratori che dipendono ancora da Ilva in As, la vecchia società mai chiusa, e oltre 2.500 addetti fra indotto e appalti: le imprese esterne che lavorano dentro o attorno allo stabilimento. Sommate, sono più di dodicimila persone. E sono proprio le ultime due voci — quelle di chi non ha un contratto con Acciaierie d’Italia — le più esposte, perché a un fornitore nessuno garantisce gli ammortizzatori sociali di una grande impresa in crisi.

Cosa scade davvero il 28 ottobre

La data che compare in ogni articolo su Taranto nasce da una sentenza. Il 27 luglio 2026 la corte d’appello di Milano ha disposto lo stop dell’area a caldo — la parte dell’impianto dove il minerale di ferro viene fuso e diventa acciaio, il contrario dell’area a freddo dove l’acciaio già prodotto viene solo lavorato — entro novanta giorni. Novanta giorni da fine luglio portano al 28 ottobre, il giorno in cui, se nulla cambia, si spegnerebbe anche l’ultimo altoforno, il grande cilindro in cui avviene la fusione.

Qui serve una precisazione che i titoli di solito saltano. Il provvedimento non ordina di chiudere e basta: lo stop scatta a due condizioni, e sono entrambe ambientali. La prima riguarda l’amianto, i cui rischi vanno rimossi del tutto. La seconda le polveri sottili, cioè le particelle piccolissime che restano sospese nell’aria e si respirano: le emissioni devono rientrare nei parametri stabiliti. È una scadenza condizionata, non una data di chiusura decisa.

C’è un secondo motivo per non trattarla come definitiva: i commissari di Acciaierie d’Italia hanno presentato ricorso in Cassazione. Finché quel ricorso non viene deciso il provvedimento resta in piedi e continua a pesare su ogni trattativa, ma la parola definitiva non è ancora stata scritta. Nel frattempo, per tenere in piedi l’attività durante la transizione, il governo ha dato il via libera a un ulteriore prestito da 100,5 milioni.

Da dove esce il numero 4.500

È la cifra che spaventa di più, e va letta con attenzione perché non è l’annuncio di un licenziamento collettivo.

Secondo la ricostruzione del Corriere, che ha raccolto il ragionamento di fonti vicine al dossier, un’ex Ilva costruita attorno a un solo forno elettrico — il forno che rifonde metallo già esistente usando l’elettricità, molto meno inquinante dell’altoforno ma anche molto meno capiente — dovrebbe arrivare grosso modo a 4.500 dipendenti invece degli ottomila di oggi. Dietro c’è una questione di scala: una fabbrica del genere si fermerebbe a 2,5-3 milioni di tonnellate l’anno, e meno acciaio prodotto vuol dire meno persone per produrlo.

Ogni parola conta. È una stima legata a un’ipotesi impiantistica che nessuno ha ancora scelto: non c’è una decisione presa, né un piano di esuberi depositato, né un’azienda che l’abbia annunciato. E non va legata alla sentenza di Milano: la riduzione discende dalle dimensioni dell’impianto futuro, non dal provvedimento dei giudici.

Perché allora un forno solo? Non per scelta industriale ma per i conti: due forni elettrici sarebbero insostenibili sul piano finanziario per le imprese della cordata, e il messaggio che filtra dal gruppo è netto: «Nessuno vuole giocarsi la propria azienda a Taranto». Sono aziende private, con bilanci propri da difendere. Chi sono, e a quali condizioni si sono fatte avanti, lo abbiamo ricostruito nell’articolo sulla manifestazione di interesse presentata da Federacciai.

Cosa succede agli impianti nel frattempo

Fra il 28 ottobre e un eventuale forno elettrico c’è un buco temporale, e riguarda direttamente chi a Taranto lavora nei reparti a valle.

Spenti gli altoforni, i laminatoi — gli impianti che schiacciano l’acciaio fra rulli fino a ridurlo in nastri, i cosiddetti coil — resterebbero senza nulla da lavorare. L’ipotesi allo studio è portare a Taranto le bramme, cioè blocchi di acciaio grezzo già solidificato prodotti altrove. Alcuni gruppi della cordata si sono detti disponibili a spostare lì una parte della propria laminazione, anche se trasportare le bramme ha un costo.

Sul medio periodo la prospettiva è diversa: un forno elettrico affiancato da un impianto Dri, in italiano preridotto, un semilavorato ottenuto togliendo l’ossigeno al minerale di ferro per via chimica anziché fondendolo. Quei forni si potrebbero riempire anche di rottame, cioè metallo da riciclo, ma il rottame scarseggia e le acciaierie del Nord se lo contendono già. Il preridotto dovrebbe nascere con risorse pubbliche: la dotazione arrivata in passato fino a un miliardo, e poi scesa a 800 milioni, è quella che la cordata spera di veder tornare disponibile.

Perché i sindacati hanno scritto al Quirinale

La scelta di rivolgersi a Sergio Mattarella non è casuale nei tempi. Cgil, Cisl, Uil e Usb territoriali gli hanno scritto alla vigilia di una sua visita in città: il 21 agosto il capo dello Stato era infatti atteso all’apertura dei Giochi del Mediterraneo. Una trasferta già in calendario per ragioni del tutto diverse, diventata l’occasione per portare la questione al livello istituzionale più alto. La richiesta, nella sostanza, è che la posizione di chi lavora entri nel dossier con lo stesso peso dei conti e degli impianti.

Il fronte sindacale non è uno solo: anche Fim, Fiom e Uilm, i metalmeccanici confederali, si sono rivolti al capo dello Stato con una lettera aperta. Sul tavolo del governo, accanto alla gara con gli altri pretendenti, c’è dunque il confronto con loro. A Taranto, intanto, la pressione sociale cresce.

Cosa resta aperto

Le tre grandezze che più contano per chi a Taranto ci lavora sono tutte ancora sospese. La data del 28 ottobre dipende da due condizioni ambientali e da un ricorso non ancora deciso. La cifra dei 4.500 dipende da una scelta impiantistica che nessuno ha compiuto. E la scelta impiantistica dipende a sua volta da soldi pubblici — gli 800 milioni per il preridotto — che oggi non sono stanziati.

È una catena di condizionali, e va detto per quello che è. Non rende la situazione meno seria: dodicimila persone stanno aspettando che una serie di decisioni prese altrove diventi definitiva. Ma nessuna delle tre è ancora un fatto compiuto, e raccontarle come tali significherebbe dare per chiuso ciò che è ancora aperto.


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