Ex Ilva: chi sono le 14 imprese della cordata italiana

Marcegaglia e Arvedi valgono in due oltre 12 miliardi, sei firme su quattordici vengono da Brescia: chi sono davvero le aziende della cordata ex Ilva.

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Sotto la manifestazione di interesse per l’ex Ilva, presentata il 18 agosto 2026, ci sono quattordici firme. Lette una dopo l’altra sembrano un elenco di ragioni sociali difficili da distinguere. Ma quelle quattordici aziende non pesano allo stesso modo, non stanno nelle stesse regioni e soprattutto non fabbricano le stesse cose — e proprio quest’ultimo punto spiega perché l’operazione non è semplice come sembra.

Conviene metterle in ordine per criterio, non alfabetico: ne escono tre gruppi molto diversi. Sul senso complessivo dell’operazione e sulle condizioni poste al governo abbiamo scritto a parte, ricostruendo cosa hanno davvero chiesto le quattordici imprese.

Chi ha firmato: i nomi per esteso

Le imprese che hanno sottoscritto il documento insieme a Federacciai sono Abs-Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions del gruppo Asonext, Afv Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, Ori Martin e Rubiera Special Steel.

Un’assenza vale quanto le presenze. Non hanno firmato Riva e Amenduni: entrambe avevano preso parte, con gradi di coinvolgimento diversi fra loro, a quella gestione dello stabilimento che nel 2012 finì al centro del contenzioso ambientale. Che restassero fuori, scrive chi ha seguito il dossier, era prevedibile.

Le due che valgono più di dodici miliardi in due

Il primo gruppo è fatto di due sole aziende, ed è quello che sposta i numeri. Marcegaglia ha chiuso il 2025 come primo gruppo siderurgico italiano per fatturato: 6,8 miliardi. Arvedi lo ha chiuso a 5,5 miliardi. Sommati fanno oltre 12,3 miliardi: un raffronto che nessuna fonte mette in fila, ma che dice quanto la cordata sia sbilanciata al suo interno.

Non partecipano con l’intero gruppo. Del primo scende in campo Marcegaglia Carbon Steel, la società di Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova. Il suo mestiere sono i prodotti piani. Fa nastri, lamiere e coils — rotoli di lamiera avvolta, il formato in cui l’acciaio piatto viaggia — in carbonio e in preverniciato, più i tubi saldati. Ogni anno ne passano per le sue mani 4,5 milioni di tonnellate.

Acciaieria Arvedi lavora a Cremona e Trieste, dove sforna coils di qualità in più finiture: neri, decapati, zincati, preverniciati. Il gruppo fa anche tubi e, tramite altre società, acciaio inox.

Questi due nomi contano perché l’ex Ilva è storicamente un produttore di piani. Ed è il motivo per cui Giovanni Marinoni Martin, vicepresidente di Ori Martin, ha osservato al Corriere che un vantaggio diretto dall’operazione, in teoria, lo avrebbero soprattutto loro due.

Il blocco bresciano: sei firme su quattordici

Il secondo gruppo è una concentrazione geografica difficile da ignorare: sei delle quattordici imprese vengono dal bresciano. Sono Feralpi, Alfa Acciai, Ori Martin, Asonext, Lucchini Rs e Ferriera Valsabbia. Il Corriere le ha chiamate i sei cavalieri coraggiosi e ha definito la loro adesione più sollecitata che spontanea.

Feralpi Siderurgica sta a Lonato del Garda ed è l’azienda da cui nasce il gruppo che fa capo a Giuseppe Pasini — il quale, sull’operazione, ha scelto di non dire nulla. Quello che esce dai suoi impianti finisce nei cantieri: barre di tondo per il cemento armato, vergella (un filo d’acciaio avvolto in matassa, materia prima di trafilerie e viterie), poi tondo ribobinato, trafilato e rete elettrosaldata.

La voce più esposta di questo blocco è quella di Paola Artioli, amministratrice delegata di Asonext, che partecipa attraverso Advanced Steel Solutions. Asonext è una società benefit, cioè un’impresa che mette nel proprio statuto obiettivi di interesse collettivo accanto al profitto. Artioli ha spiegato al Corriere che il know how accumulato dall’elettrosiderurgia bresciana nel ridurre le emissioni delle lavorazioni potrebbe estendersi al perimetro di Acciaierie d’Italia.

Nel bresciano ha sede anche Duferco Travi e Profilati, che però nel conteggio dei sei non rientra. È guidata da Antonio Gozzi, lo stesso che presiede Federacciai e che ha ricevuto dalle imprese il mandato di trattare. La sede è a San Zeno Naviglio, e a questa si aggiungono tre stabilimenti: uno a Pallanzeno, nel Verbano, uno nel messinese a Giammoro e uno a San Giovanni Valdarno, nell’aretino.

Il fronte nordorientale: acciai lunghi e speciali

Il terzo gruppo si distribuisce tra Friuli e Veneto e produce quasi tutto fuorché prodotti piani.

Dal Friuli arriva Abs-Acciaierie Bertoli Safau. È il ramo siderurgico di Danieli e il suo mestiere sono gli acciai lunghi speciali: barre, tondi, profili, cioè pezzi che si sviluppano in lunghezza e non in larghezza. L’azienda nasce nel 1988, quando Officine Bertoli e Acciaierie Safau si uniscono a Pozzuolo del Friuli, nell’udinese: lì restano ancora oggi la sede e l’impianto principale. Gli altri due stabilimenti sono a Cargnacco e a Sisak, in Croazia; la ricerca si fa a Metz, in Francia.

Resta in Friuli anche la seconda firma, Compagnia Siderurgica Italiana: è la cassaforte del gruppo Pittini e sta a Osoppo, sempre nell’udinese. Le società che controlla ricavano acciai per l’edilizia e la meccanica da materiali ferrosi riciclati — il forno riparte dal rottame, non dal minerale.

Le venete sono due. Acciaierie Venete, guidata da Alessandro Banzato, sfiora ogni anno i due milioni di tonnellate di capacità, distribuiti su una rete larga: l’acciaio nasce a Padova, Sarezzo e Borgo Valsugana, diventa prodotto finito in sei località fra Veneto, Lombardia e Friuli, e per alcuni impieghi passa ancora da Modena e Idro. Finisce nell’auto, nelle macchine agricole e per il movimento terra, nell’energia, nella meccanica e nelle costruzioni.

Afv Acciaierie Beltrame, del gruppo Beltrame, produce laminati mercantili — i profilati di uso comune nell’edilizia, come angolari e travi standard — e profili speciali, sagome disegnate su misura del cliente. In Italia lavora su tre siti: uno a Vicenza, uno nell’aretino a San Giovanni Valdarno e uno in Val di Susa, a San Didero, nel Torinese.

Perché questa geografia conta

Messi in fila i tre gruppi, si vede una cosa che l’elenco delle firme nasconde. La maggioranza numerica della cordata — le sei bresciane più buona parte del blocco nordorientale — produce acciai lunghi: tondo per cemento armato, barre, profili, vergella. L’ex Ilva è sempre stata una fabbrica di piani.

È la ragione per cui, come si è visto sopra, dentro la cordata la posizione non è uniforme. Marinoni Martin lo ha detto al Corriere senza giri di parole: per chi fa lunghi, bresciani compresi, il ragionamento industriale si complica e passerebbe da progetti di diversificazione che a oggi non esistono ancora.

Su una cosa sola le quattordici convergono già, ed è quella che hanno chiesto: entrare nella due diligence, la verifica approfondita di conti e impianti che precede un acquisto. Per Marinoni Martin lì si gioca tutto, strascichi legali e commerciali del passato inclusi — e da lì passa anche la scadenza del 28 ottobre che detta i tempi dell’intera partita. E lì si vedrà se le tre anime della cordata hanno davvero lo stesso interesse a firmare anche la seconda volta.


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